ILLECITO AMMINISTRATIVO

OBBLIGO COMUNICAZIONE DATI PATENTE EX ART. 126BIS C.D.S. E COMPIUTA GIACENZA: CASS. CIV., VI 15/12/22 N° 36730

Se vi hanno tolto i punti della patente, controllateli attraverso diverse  modalità

IN CASO NOTIFICA PER COMPIUTA GIACENZA DA QUALE MOMENTO DECORRE IL TERMINE PER EFFETTUARE LA COMUNICAZIONE DEI DATI DELLA PATENTE DI GUIDA DEL CONDUCENTE AI SENSI DELL’ART. 126BIS C.D.S. ?

Per la notifica di verbale di accertamento di violazione non rileva la data di effettivo ritiro del plico presso l’Ufficio Postale poiché il dies a quo per l’esecuzione della prescritta comunicazione decorre dalla scadenza del termine di dieci giorni dal ricevimento dell’avviso di giacenza ovvero dall’effettivo ritiro ma solo nell’ipotesi in cui questo preceda i dieci giorni.

La regola è stata confermata da Cass. Civ., VI, 15/12/22 n° 36730,  per la quale “…ai fini del perfezionamento della notificazione di un atto, compreso il verbale di accertamento di un illecito amministrativo per violazione delle norme del codice della strada, una volta che…il relativo procedimento sia stato ritualmente completato, la decorrenza dei termini che la legge abbia alla stessa collegato, come quello di eseguire la comunicazione dei dati personali del trasgressore a norma dell’art. 126 bis del codice della strada, non dipende in alcun modo né dalla conoscenza effettiva dell’atto notificato né dalla mancata comprensione della natura giuridica del plico che lo contenga da parte del destinatario. …”.

Giovanni Paris

VERBALE DI ACCERTAMENTO DI INFRAZIONE A NORMA C.D.S. A CARICO DI APPARTENENTE ALLE FORZE DI POLIZIA FUORI SERVIZIO: CASS. CIV., VI, 21/11/22 N° 34156

Le nostre forze di polizia sono sottodimensionate?

QUALE VALORE GIURIDICO HANNO LE DICHIARAZIONI DI UN APPARTENENTE ALLA FORZE DI POLIZIA FUORI SERVIZIO IN OCCASIONE DELLA CONTESTAZIONE A SUO CARICO DI ILLECITO PER VIOLAZIONE A NORME DEL CODICE DELLA STRADA?

Interessante sentenza della Suprema Corte in ordine alla domanda se le dichiarazioni fornite da parte di soggetto appartenente alle Forze di Polizia, ma fuori servizio, in occasione di contestazione nei suoi confronti di violazione a norme del Codice della Strada, rivestano lo stesso valore probatorio del verbale di accertamento degli operatori di polizia stradale, che è sostenuto da fede privilegiata e a cui è attribuito valore di piena prova fino a querela di falso.

Il pronunciamento di CASS. CIV., VI, 21/11/22 N° 34156 (scarica e leggi) chiarisce che “…a fronte della contestazione di un illecito amministrativo per violazione di norme del codice della strada, tale qualità non può essere di certo invocata al fine di attribuire alle dichiarazioni difensive…del trasgressore la medesima efficacia probatoria degli accertamenti eseguiti ai suoi danni così come contenuti nel relativo verbale. …”, confermando quindi la sentenza della Corte d’Appello, per la quale non ha rilievo “…il fatto che l’appellante fosse un carabiniere diretto a prendere servizio in caserma in quanto, non viaggiando per ragioni di servizio o nell’esercizio delle sue funzioni, le sue “dichiarazioni difensive”, contrarie a quelle dell’accertatore, “non possono essere assistite dalla medesima pubblica fede” né possono infirmare “la pubblica fede del verbale di accertamento”. …”.

Giovanni Paris

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EFFETTI DEL PAGAMENTO IN MISURA RIDOTTA EX ART. 16 L. 689/81: CONSIGLIO DI STATO, VI, 05/09/22 N° 7707

IL BIVIO — Liberacittadinanza

CHE EFFETTI DETERMINA IL PAGAMENTO IN MISURA RIDOTTA AI SENSI DELL’ART. 16 DELLA L. 689/81 REALIZZATO CON MANIFESTAZIONE DI ESPRESSA RISERVA DI PROCEDIMENTO GIUDIZIALE?

L’art. 16  “Pagamento in misura ridotta” della L. 689/81 al comma 1 recita

“È ammesso il pagamento di una somma in misura ridotta pari alla terza parte del massimo della sanzione prevista per la violazione commessa, o, se più favorevole e qualora sia stabilito il minimo della sanzione edittale, pari al doppio del relativo importo oltre alle spese del procedimento, entro il termine di sessanta giorni dalla contestazione immediata o, se questa non vi è stata, dalla notificazione degli estremi della violazione.”

Il pagamento in misura ridotta determina la estinzione della obbligazione pecuniaria e con essa la estinzione del procedimento sanzionatorio amministrativo, l’effetto è automatico e non è nella disponibilità del trasgressore.

Questo risulta dalla decisione del Consiglio di Stato, VI, 05/09/22 n° 7707, per il quale “…la espressa dichiarazione…che il pagamento in misura ridotta della sanzione avveniva “con ogni più ampia riserva, della sanzione amministrativa pecuniaria in misura ridotta”, (non) è in grado di scalfire l’effetto estintivo del pagamento in misura ridotta della sanzione per come voluto dal legislatore, non essendo tale conseguenza nella disponibilità del “trasgressore”. …”, 

in quanto “…è consolidato l’indirizzo giurisprudenziale per il quale sussiste acquiescenza nei confronti di un provvedimento in presenza di un comportamento che appaia inequivocabilmente incompatibile con la volontà del soggetto di impugnare il provvedimento stesso o di proseguire nel giudizio avviato, mirando a conoscerne l’esito consistente nella sentenza…”,

risultando che, “…come è noto, il pagamento in misura ridotta di cui all’art. 16 l. 689/1981, il cui esercizio costituisce una facoltà del soggetto cui è contestato un illecito amministrativo, ha la finalità di determinare, quale immediata conseguenza, l’estinzione del procedimento amministrativo sanzionatorioe quindi di paralizzare il procedimento…, il pagamento in misura ridotta, quale istituto avente carattere di generalità, persegue preminenti interessi pubblici, fra i quali non solo quello di deflazione del contenzioso giurisdizionale e amministrativo, ma anche quello di “immediata conferma (…) del precetto normativo che si è assunto violato”), di talché l’impossibilità di procedere giudizialmente all’accertamento della sussistenza o meno dei fatti contestati, vista la definizione anticipata del procedimento amministrativo. …”.

Giovanni Paris

FIRMA DEL VERBALE REDATTO CON SISTEMI AUTOMATIZZATI: CASS. CIV., II, 03/11/22 N° 32429

OBBLIGO DI INDICAZIONE DEL NUMERO CIVICO NEL VERBALE DI ACCERTAMENTO |  ....accademia.... ....polizia locale....IL VERBALE DI ACCERTAMENTO DI VIOLAZIONE A NORMA DEL CODICE DELLA STRADA RILEVATA A DISTANZA E REDATTO CON SISTEMA MECCANIZZATO DEVE CONTENERE LA SOTTOSCRIZIONE AUTOGRAFA DEL SOGGETTO ACCERTATORE E DEVE ESSERCI UN ORIGINALE CARTACEO FIRMATO?

L’art. 385  “Modalità della contestazione non immediata” del Reg. Esec. al Codice della Strada al comma 3 si dispone che

Il verbale redatto dall’organo accertatore rimane agli atti dell’ufficio o comando, mentre ai soggetti ai quali devono esserne notificati gli estremi, viene inviato uno degli originali o copia autenticata a cura del responsabile dello stesso ufficio o comando, o da un suo delegato. I verbali redatti con sistemi meccanizzati o di elaborazione dati sono notificati con il modulo prestampato recante l’intestazione dell’ufficio o comando predetti.”

Leggiamo Cass. Civ., II, 03/11/22 n° 32429 per la quale la risposta è negativa a tutte e due le domande, il ricorso proposto per il caso trattato si è fondato sul “…presupposto erroneo di fondo consistente nella confusione della normativa speciale contenuta nell’art. 3 del d. lgs. n. 39/1993 (in concreto applicabile alla materia oggetto di causa) con la disciplina normativa dettata dal c.d. Codice dell’amministrazione digitale sulle copie analogiche di documenti informatici, di cui all’art. 23 del d. lgs. n. 82/2005. ...”.

La Corte sottolinea come è stato statuito dalla “…costante giurisprudenza…proprio in relazione alla redazione degli atti amministrativi in versione informatica – che nell’ipotesi di violazione prevista dal c.d.s. 1992 rilevata a distanza (o in forma differita), il verbale di accertamento redatto con sistemi meccanizzati per fini di notifica non richiede la sottoscrizione autografa dell’accertatore, potendo essere sostituita dall’indicazione a stampa del nominativo del responsabile dell’atto, senza che occorra la formazione di un originale cartaceo firmato a mano e destinato a rimanere agli atti dell’ufficio. …”

e che è stato chiarito “…che, in tema di sanzioni amministrative per violazioni del codice della strada, ove il verbale di contestazione sia redatto con sistema meccanizzato o di elaborazione dati, la sua notifica al trasgressore avviene, ex art. 385, comma 3, del d.P.R. n. 495 del 1992, mediante modulo prestampato recante unicamente l’intestazione dell’ufficio o comando dell’organo accertatore, che è parificato ex lege al secondo originale o alla copia autentica del verbale medesimo, con conseguente irrilevanza della mancata attestazione di conformità dell’atto notificato al documento informatico…”,

precisando altresì “…che nel caso di infrazione stradale rilevata a distanza, oltre al dato che il verbale di accertamento redatto con sistemi meccanizzati per fini di notifica non richiede la sottoscrizione autografa dell’accertatore, che può essere sostituita dall’indicazione a stampa del nominativo del responsabile dell’atto, non occorre neanche la formazione di un originale cartaceo firmato a mano e destinato a rimanere agli atti dell’ufficio…”

con richiamo dell’univoco “…orientamento della giurisprudenza di questa Corte, in base al quale, in materia di formazione degli atti amministrativi informatici, le disposizioni di cui all’art. 3 del d.lgs. n. 39 del 1993 sono applicabili a tutti i provvedimenti nei quali sia configurabile una formazione con tecniche informatiche automatizzate, ossia quando il tenore del provvedimento dipende da precisi presupposti di fatto e non sussistono le condizioni per l’esercizio di un potere discrezionale, con la conseguenza che – si sottolinea in modo risolutivo – la sostituzione della firma autografa con la mera indicazione del nominativo del responsabile deve ritenersi ammessa tanto per i provvedimenti della fase esattiva, che per quelli inerenti la fase impositiva…”.

Giovanni Paris

ABBANDONO DI RIFIUTI E ORDINANZA DI RIMOZIONE A CARICO DEL PROPRIETARIO DEL TERRENO: T.A.R. CAMPANIA, V, 19/09/22, N° 5818

Castelfranco di Sotto, maxi intervento di pulizia di rifiuti abbandonati

IL PROPRIETARIO DEL TERRENO DOVE E’ AVVENUTO UN ABBANDONO DI RIFIUTI E’ SEMPRE TENUTO ALLA RIMOZIONE DEGLI STESSI A TITOLO DI RESPONSABILITA’ OGGETTIVA?

L’art. 192  “Divieto di abbandono” del T.U. sull’ambiente D.Lgs. 152/06 dispone:

“1.  L’abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati.

2.  È altresì vietata l’immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee.

3.  Fatta salva l’applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all’esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate.

4.  Qualora la responsabilità del fatto illecito sia imputabile ad amministratori o rappresentanti di persona giuridica ai sensi e per gli effetti del comma 3, sono tenuti in solido la persona giuridica ed i soggetti che siano subentrati nei diritti della persona stessa, secondo le previsioni del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni.”

La risposta è NEGATIVA, il proprietario del terreno dove si accerta l’abbandono di rifiuti non è sempre responsabile e tenuto alla rimozione degli stessi in forza di tale sua qualità, quindi a titolo di responsabilità oggettiva, ma solo se la violazione sia allo stesso imputabile a titolo di dolo o colpa e ciò a seguito e in base ai necessari, obbligatori accertamenti che devono essere svolti dagli organi di controllo/accertatori, instaurando quindi un contradditorio con la parte, se tale procedura non viene osservata e la responsabilità non viene accertata i provvedimenti dell’autorità sono illegittimi, questo è stato ribadito dalla sentenza del T.A.R. Campania, V, 19/09/22, n° 5818 (scarica e leggi) nella quale si richiama l’art. 192, commi 1 e 3 sopra riportati, affermando che

“…- in virtù di tale prescrizione, secondo consolidata giurisprudenza anche di questo Tribunale…l’obbligo di rimozione grava in via principale sull’inquinatore e, in solido, sul proprietario del terreno e sui titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, qualora a costoro sia imputabile una condotta dolosa o colposa, da accertarsi previo contraddittorio, secondo il principio di matrice eurounitaria in materia ambientale per cui “chi inquina paga”;

– più in dettaglio, ai sensi dell’art. 192 del D. Lgs. n. 152/2006, il proprietario o titolare di altro diritto di godimento sul bene risponde della bonifica del suolo, in solido con colui che ha concretamente determinato il danno, non a titolo di responsabilità oggettiva ma soltanto ove sia responsabile quanto meno a titolo di colpa, anche omissiva, per non aver approntato l’adozione delle cautele volte a custodire adeguatamente la proprietà, occorrendo la dimostrazione del dolo (espressa volontà o assenso agevolativo del proprietario in concorso nel reato) o della colpa attiva (imprudenza, negligenza, imperizia) ovvero omissiva (mancata denuncia alle autorità del fatto) per aver tollerato l’illecito;

per accertare la rimproverabilità della condotta occorre, d’altra parte, che gli organi preposti al controllo svolgano approfonditi accertamenti in contraddittorio con i soggetti interessati, di talché, in mancanza, non possono porsi incombenti a carico dei proprietari o titolari di diritti di godimento delle aree…,posto che “deve escludersi la natura di obbligazione propter rem dell’obbligo di ripristino del fondo a carico del titolare di un diritto di godimento sul bene; per regola generale non è quindi configurabile una sorta di responsabilità oggettiva facente capo al proprietario o al possessore dell’immobile in ragione di tale sola qualità”;

– applicando le superiori coordinate ermeneutiche al caso in esame, emerge l’illegittimità dell’avversata azione amministrativa, atteso che il ricorrente, allo stato, non risulta presentare alcuna delle condizioni rilevanti ai fini dell’applicazione dell’art. 192 del D. Lgs. 152/2006, essendo stato individuato quale destinatario degli obblighi di rimozione e di smaltimento in forza della mera qualità di proprietario del terreno oggetto di sversamento da parte di ignoti benché, alla stregua delle svolte considerazioni in diritto, la mera condizione di titolare dell’immobile nel quale sarebbero stati rinvenuti i rifiuti non sarebbe di per sé sufficiente ai fini della irrogazione della misura occorrendo, come si è visto, che la violazione sia imputabile al proprietario a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dagli organi ed enti preposti al controllo;

– sotto il profilo procedimentale, sussiste anche certamente la violazione del contraddittorio, imposto dall’art. 7 della L. 241/1990; difatti, l’ordinanza di rimozione dei rifiuti abbandonati ex art. 192 del Codice dell’Ambiente deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento ai soggetti interessati, stante la rilevanza dell’eventuale apporto procedimentale che tali soggetti possono fornire, quanto meno in riferimento all’ineludibile accertamento delle effettive responsabilità per l’abusivo deposito di rifiuti;

– si palesa pertanto illegittima l’ordinanza in contestazione, con la quale si è ordinato di provvedere alla rimozione e smaltimento dei rifiuti, in quanto non preceduta dalla comunicazione di avvio del relativo procedimento, risultando così violato il diritto alla partecipazione procedimentale, anche al fine di poter dimostrare l’assenza del requisito soggettivo del dolo o della colpa;…”.

Giovanni Paris

ABBANDONO DI RIFIUTI IN AREA PRIVATA


Foligno, rifiuti abbandonati in un terreno agricolo: scattano gli  accertamenti dell'ispettore ambientale

Problematica di indubbio interesse è quella di come si deve procedere nel caso di rinvenimento da parte degli Organi di Polizia di un abbandono di rifiuti in un’area privata.

Si potrà sempre introdurre il concetto di “abbandono di rifiuti” ovvero esistono altre circostanze che scagionano da quest’illecito il proprietario dell’area interessata a questo fenomeno?
 
Si riporta un articolo, redatto dallo scrivente ed inserito fra i capitoli dell’ultimo libro in fase di pubblicazione, con il quale si procede alla descrizione di fatti di questa natura, si danno indicazioni su come agire nelle fasi conseguenti all’accertamento e sul relativo iter procedurale.
 
 
 

                                                                                         Dott. Alberto Casoni

Docente APL Marche “Ambiente”

Alberto Casoni - Perito Industriale - ex responsabile ...

 

DIVIETO DI ACCESSO DI CANI IN GIARDINI E PARCHI PUBBLICI: TAR CAMPANIA, V, 05/10/22 N° 6173

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IL COMUNE PUO’ PREVEDERE UN DIVIETO GENERALIZZATO DI ACCESSO AI CANI, MUNITI ANCHE DI GUINZAGLIO O MUSERUOLA, IN TUTTI I GIARDINI E PARCHI PUBBLICI CITTADINI?

Sull’argomento pubblicammo tempo fa un articolo DIVIETO DI ACCESSO DI CANI IN GIARDINI E PARCHI PUBBLICI nel quale riportammo una serie di pronunciamenti della giustizia amministrativa dei T.A.R. di diverse Regioni.

Si segnala la sentenza del TAR Campania, V, 05/10/22 n° 6173 con la quale il collegio ha affermato che “…L’ordinanza sindacale che rechi, come nella specie, il divieto assoluto di introdurre cani, anche se custoditi, nelle aree ricomprese nel centro storico ovvero dei parchi cittadini dedicati all’intrattenimento ludico dei bambini – pur se in ragione delle meritevoli ragioni di tutela dei cittadini in considerazione della circostanza che i cani vengono spesso lasciati senza guinzaglio e non ne vengono raccolte le deiezioni – risulta essere eccessivamente limitativa della libertà di circolazione delle persone ed è in tal modo posta in violazione dei principi di adeguatezza e proporzionalità. …”,

sottolineando come

“…lo scopo perseguito dall’Ente locale di mantenere il decoro e l’igiene pubblica, nonché la sicurezza dei cittadini, avrebbe potuto essere soddisfatto non tanto mediante un generico divieto di accesso alle aree indicate, quanto attraverso l’attivazione dei mezzi di controllo e di sanzione rispetto all’obbligo per gli accompagnatori o i custodi di cani di rimuovere le eventuali deiezioni con appositi strumenti e di condurli in aree pubbliche con idonee modalità di custodia (guinzaglio e museruola), trattandosi di obblighi imposti dalla disciplina generale statale. Pertanto, il Sindaco avrebbe potuto fronteggiare gli eventuali comportamenti incivili da parte dei conduttori di cani, al fine di prevenire le negative conseguenze di tali condotte, con l’esercizio degli ordinari poteri di prevenzione, vigilanza, controllo e sanzionatori di cui dispone l’Amministrazione. …”

dal momento che

“…le esigenze poste a fondamento della gravata ordinanza risultano già compiutamente salvaguardate dalla disciplina vigente in materia, che impone di condurre i cani al guinzaglio e di rimuovere le eventuali deiezioni, dovendo quindi l’Amministrazione Comunale adoperarsi – in luogo dell’indiscriminato divieto di accesso dei cani alle aree verdi pubbliche – al fine di rendere cogenti tali misure mediante una efficace azione di controllo e di repressione, in tal modo rendendo possibile il raggiungimento del pubblico interesse attraverso strumenti idonei e nel rispetto del principio di proporzionalità dei mezzi rispetto ai fini perseguiti. …”.

L’organo giudicante ha così inteso aderire “…al costante orientamento giurisprudenziale formatosi in ordine a fattispecie analoghe (ex plurimis: T.A.R. Basilicata, 17 ottobre 2013, n. 611; T.A.R. Calabria, Reggio Calabria, 28 maggio 2014, n. 225; T.A.R. Lombardia, Milano, 22 ottobre 2013 n. 2431)…” dichiarando la fondatezza del ricorso.

Giovanni Paris

TERMINE DI EMISSIONE ORDINANZA INGIUNZIONE: CASS. CIV., II, 10/10/22 N° 29404

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IL TERMINE ENTRO CUI EMETTERE L’ORDINANZA INGIUNZIONE EX ART. 18 L. 689/81 E’ QUELLO DELL’ART. 2 DELLA L. 241/90 RELATIVO ALLA CONCLUSIONE DEL PROCEDIMENTO AMMINISTRATIVO?

L’art. 2/2  “Conclusione del procedimento” della L. 241/90 recita:

“2.  Nei casi in cui disposizioni di legge ovvero i provvedimenti di cui ai commi 3, 4 e 5 non prevedono un termine diverso, i procedimenti amministrativi di competenza delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali devono concludersi entro il termine di trenta giorni.”.

Il fatto che nella L. 689/81 si riscontri la mancata previsione di un termine finale per l’esercizio della potestà sanzionatoria, cioè del termine entro cui emettere l’ordinanza-ingiunzione di cui all’art. 18 L. 689/81, fa sorgere la domanda se quindi va applicato quello previsto dall’art. 2/2 della L. 241/90.

La risposta da parte della giurisprudenza della Corte di Cassazione come da costante, condiviso e ribadito orientamento è stata negativa, ciò ha trovato conferma nella Cass. Civ., II, 10/10/22 n° 29404 (scarica e leggi), nella quale si afferma che

“…in tema di sanzioni amministrative, il procedimento preordinato alla loro irrogazione sfugge all’ambito di applicazione della L. n. 241 del 1990 in quanto, per la sua natura sanzionatoria, è compiutamente retto dai principi sanciti dalla I. n. 689 del 1981 (Cass. n. 31239 del 2021); ha, inoltre, affermato (Cass. n. 21706 del 2018), con un principio cui si intende dare seguito in assenza di valide argomentazioni che inducano ad una sua rimeditazione, che in tema di sanzioni amministrative, alla mancata previsione nella I. n. 689 del 1981 del termine per l’emissione dell’ordinanza ingiunzione non si può ovviare applicando quello, peraltro non perentorio, previsto per la conclusione del procedimento amministrativo dall’art. 2 della I. n. 241 del 1990…in quanto la I. n. 689 del 1981 costituisce un sistema di norme organico e compiuto e delinea un procedimento di carattere contenzioso in sede amministrativa, scandito in fasi i cui tempi sono regolati in modo da non consentire, anche nell’interesse dell’incolpato, il rispetto di un termine così breve. ...”.

Si legga anche Cass. Civ., II, 03/11/21 n° 31239 per la quale “…in tema di sanzioni amministrative, il procedimento preordinato alla loro irrogazione sfugge all’ambito di applicazione della I. n. 241 del 1990 in quanto, per la sua natura sanzionatoria, è compiutamente retto dai principi sanciti dalla I. n. 689 del 1981, il termine previsto dall’art. 2, comma 3, della I. n. 241 cit. …è incompatibile con i procedimenti regolati dalla I. n. 689 cit., la quale costituisce un sistema di norme organico e compiuto e delinea un procedimento di carattere contenzioso scandito in fasi i cui tempi sono regolati in modo da non consentire, anche nell’interesse dell’incolpato, il rispetto di un termine così breve. …”

Della questione si è occupata anche la Corte Costituzionale con sentenza del 12/07/21 n° 151 (scarica e leggi) di cui si riporta la massima: “Sono dichiarate inammissibili le questioni di legittimità costituzionale – sollevate dal Tribunale di Venezia, in composizione monocratica, in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost. – dell’art. 18 della legge n. 689 del 1981, nella parte in cui non prevede un termine per la conclusione del procedimento sanzionatorio mediante l’emissione dell’ordinanza-ingiunzione o dell’ordinanza di archiviazione degli atti. Il termine di prescrizione del diritto alla riscossione delle somme dovute per le violazioni amministrative – di durata quinquennale e suscettibile di interruzione – è inidoneo per la sua ampiezza a garantire, di per sé solo, la certezza giuridica della posizione dell’incolpato e l’effettività del suo diritto di difesa, che richiedono contiguità temporale tra l’accertamento dell’illecito e l’applicazione della sanzione. Tuttavia l’omissione denunciata dal rimettente non può essere sanata dalla Corte costituzionale, essendo rimessa alla valutazione del legislatore l’individuazione dei termini idonei ad assicurare un’adeguata protezione agli evocati principi costituzionali, se del caso prevedendo meccanismi che consentano di modularne l’ampiezza in relazione agli specifici interessi di volta in volta incisi. Il protrarsi della segnalata lacuna normativa – che colloca l’autorità titolare della potestà punitiva in una posizione ingiustificatamente privilegiata – rende peraltro ineludibile un tempestivo intervento legislativo. (Precedenti citati: sentenze n. 23 del 2013, n. 176 del 2004 e n. 262 del 1997). In materia di sanzioni amministrative, il principio di legalità non solo impone la predeterminazione ex lege di rigorosi criteri di esercizio del potere, della configurazione della norma di condotta la cui inosservanza è soggetta a sanzione, della tipologia e della misura della sanzione stessa e della struttura di eventuali cause esimenti, ma deve necessariamente modellare anche la formazione procedimentale del provvedimento afflittivo con specifico riguardo alla scansione cronologica dell’esercizio del potere, in quanto la previsione di un preciso limite temporale per la irrogazione della sanzione costituisce un presupposto essenziale per il soddisfacimento dell’esigenza di certezza giuridica, in chiave di tutela dell’interesse soggettivo alla tempestiva definizione della propria situazione giuridica di fronte alla potestà sanzionatoria della pubblica amministrazione, nonché di prevenzione generale e speciale. (Precedente citato: sentenza n. 5 del 2021). La fissazione di un termine per la conclusione del procedimento non particolarmente distante dal momento dell’accertamento e della contestazione dell’illecito, consentendo all’incolpato di opporsi efficacemente al provvedimento sanzionatorio, garantisce un esercizio effettivo del diritto di difesa tutelato dall’art. 24 Cost. ed è coerente con il principio di buon andamento ed imparzialità della pubblica amministrazione di cui all’art. 97 Cost..”

Analoghe considerazioni sono state espresse dal Consiglio di Stato, Sezione VII – Sentenza 14/02/22, n° 1081 (scarica e leggi) che richiama e amplia i contenuti e le osservazioni posti dalla Corte Costituzionale con la sentenza sopra citata, rilevando come “…La questione controversa è se possa ritenersi applicabile al caso di specie il termine generale di conclusione del procedimento di cui alla L. 241/90 ovvero se debba applicarsi tout court il termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 28 L. 689/81. Sul tema si registra, oltre al precedente citato dall’appellante, un maggioritario orientamento giurisprudenziale che ritiene non applicabili al procedimento sanzionatorio i princìpi generali della L. 241/1990 (tra le più recenti Cass., Sez. II, 3 novembre 2021, n. 31239, secondo cui il procedimento preordinato alla irrogazione di sanzioni amministrative sfugge all’ambito di applicazione della L. 241 del 1990, in quanto, per la sua natura sanzionatoria, è compiutamente retto dai principi sanciti dalla L. 689 del 1981). Ciò posto non può non rilevarsi come non possa essere condivisa la tesi secondo cui, non avendo la L. 689/1981 previsto un termine finale per la conclusione del procedimento sanzionatorio, lo stesso possa ingiustificatamente protrarsi sine die, con l’unico limite della prescrizione quinquennale del diritto a riscuotere la sanzione (L. 689/1981, art. 28). …“.

Pertanto è vero che manca la previsione normativa di un termine finale per l’esercizio della potestà sanzionatoria, cioè del termine entro cui emettere l’ordinanza-ingiunzione di cui all’art. 18 L. 689/81, ma tale circostanza non viene assunta come indifferente, ma chiaramente bisognevole di un tempestivo intervento legislativo.

Giovanni Paris

RESPONSABILITA’ DETENTORE PER AGGRESSIONE DEL CANE: CASS. PEN., IV, 03/10/22 N° 37183

Cane malato accusato di aggressione, salvato dalla testimonianza del  veterinario

Con l’art. 672 c.p. “Omessa custodia e mal governo di animali, posto a tutela della incolumità pubblica, il nostro ordinamento giuridico prevede, in materia di tenuta e conduzione di animali pericolosi, applicabile anche ai cani,  che:

“Chiunque lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi da lui posseduti, o ne affida la custodia a persona inesperta, è punito con la sanzione amministrativa da euro 25 a euro 258.

Alla stessa sanzione soggiace:

1. chi, in luoghi aperti, abbandona a se stessi animali da tiro, da soma o da corsa, o li lascia comunque senza custodia, anche se non siano disciolti, o li attacca o conduce in modo da esporre a pericolo l’incolumità pubblica, ovvero li affida a persona inesperta;

2. chi aizza o spaventa animali, in modo da mettere in pericolo l’incolumità delle persone.”

La fattispecie costituisce illecito amministrativo a seguito della depenalizzazione avvenuta ad opera dell’art. 33 della L. 689/81.

E’ illecito di pericolo, realizzabile con condotta omissiva o commissiva, il bene giuridico tutelato è la incolumità pubblica, per quanto riguarda il soggetto attivo si sottolinea che le fattispecie connotano un illecito “proprio” facendo riferimento alla qualità di “possessore” e/o “detentore“, quindi non necessariamente “proprietario”, mentre solo l’ipotesi di cui al n° 2. del comma 2 è di applicabilità generale a qualsiasi soggetto.

Per la configurabilità della violazione non occorre verificare che vi sia stata un’aggressione o che sia sorto un pericolo effettivo per l’incolumità pubblica, questo perché la norma considera la pericolosità intrinseca collegata alla natura dell’animale.

Se vi è stata effettiva aggressione e quindi il pericolo si è tramutato in danno alle persone, il responsabile risponde del reato di lesioni o omicidio colposo.

Di tale ultima situazione si è occupata Cass. pen, IV, 03/10/22 n° 37183 (scarica eleggi), la quale, trattando il caso di aggressione con lesioni alla persona da parte di un cane, ha chiaramente indicato come la responsabilità penale non presuppone necessariamente che l’autore sia proprietario dell’animale e illustrato le condizioni per poterla riconoscere, richiamando “…..consolidato principio di diritto secondo cui l’obbligo di custodia di un animale sorge ogni qualvolta sussista una relazione di semplice detenzione, anche solo materiale e di fatto, tra un certo soggetto e un animale, non essendo necessario un rapporto di proprietà in senso civilistico…”,

sottolineando che “…il trovarsi ad una certa distanza dall’animale del quale si ha la gestione, lungi dal costituire un motivo di esonero dalla responsabilità, integra un profilo di colpa, poiché il porsi nell’impossibilità di controllare un cane, dopo averlo lasciato senza museruola, costituisce senz’altro negligenza e imprudenza. Dunque l’affermazione…secondo cui…si trovava ad una distanza di circa 100 metri dai cani, intenta a conversare con un’altra persona, e quindi nell’impossibilità di intervenire in tempo utile per impedire l’aggressione, lungi dal costituire una giustificazione, vale ad ammettere un profilo di colpa. …”,

in quanto “…In presenza di altre persone occorre sempre adottare cautele idonee a evitare il pericolo che il cane possa assalire i terzi e quindi portare l’animale al guinzaglio e munirlo di museruola, senza che abbia rilievo alcuno che ci si trovi in aperta campagna e che non si tratti di zona abitualmente frequentata da persone, poiché è proprio la presenza di terzi nella specifica occasione in cui ci si trova a transitare con il cane, e non in generale, a determinare la necessità di cautela…”,

sottolineando che “…l’obbligo di protezione e controllo si estende ai comportamenti imprudenti altrui in quanto la colpa della vittima che tenga un comportamento imprudente può, al più, concorrere con quella del garante ma non eliderla…”.

Si legga anche l’articolo AMBITO APPLICAZIONE ART. 672 C.P. “OMESSA CUSTODIA E MAL GOVERNO DI ANIMALI”

Giovanni Paris

PAGAMENTO DELLA ORDINANZA INGIUNZIONE E POSSIBILITA’ DI OPPOSIZIONE : CASS. CIV., II, 30/09/22 N° 28479

Si o no? Su Instagram sono arrivati i sondaggi - Comunicare Digitale

IL PAGAMENTO DELLA SANZIONE PECUNIARIA PREVISTA NELLA ORDINANZA INGIUNZIONE IMPEDISCE LA PROPOSIZIONE DELLA OPPOSIZIONE CONTRO LA STESSA?

L’Art. 16  “Pagamento in misura ridotta” della L. 689/81 prevede:

“È ammesso il pagamento di una somma in misura ridotta pari alla terza parte del massimo della sanzione prevista per la violazione commessa, o, se più favorevole e qualora sia stabilito il minimo della sanzione edittale, pari al doppio del relativo importo oltre alle spese del procedimento, entro il termine di sessanta giorni dalla contestazione immediata o, se questa non vi è stata, dalla notificazione degli estremi della violazione.

Per le violazioni ai regolamenti ed alle ordinanze comunali e provinciali, la Giunta comunale o provinciale, all’interno del limite edittale minimo e massimo della sanzione prevista, può stabilire un diverso importo del pagamento in misura ridotta, in deroga alle disposizioni del primo comma.

Il pagamento in misura ridotta è ammesso anche nei casi in cui le norme antecedenti all’entrata in vigore della presente legge non consentivano l’oblazione.”

Il pagamento in misura ridotta determina l’estinzione dell’obbligazione del pagamento della sanzione pecuniaria e al contempo l’accettazione della sanzione con riconoscimento di responsabilità, con conseguente rinuncia ad esercitare il proprio diritto alla tutela giurisdizionale.

Tale conseguenza si produce anche nel caso in cui il soggetto destinatario del provvedimento di ordinanza ingiunzione paghi la somma ingiunta?

La risposta è NEGATIVA e ci arriva da Cass. Civ., II, 30/09/22 n° 28479, per la quale

“…costituisce orientamento consolidato nella giurisprudenza di legittimità che, in tema di sanzioni amministrative pecuniarie, il pagamento, da parte dell’indicato autore della violazione amministrativa, della sanzione irrogata con l’ordinanza-ingiunzione, potendo ricollegarsi alla volontà dell’intimato di evitare, a scopo cautelativo, le conseguenze derivanti dalla natura di titolo esecutivo del provvedimento sanzionatorio, non comporta, di per sé, acquiescenza ad essa, né incide sull’interesse dello stesso ad insorgere in sede giurisdizionale avverso il provvedimento medesimo. Diversamente avviene nella fattispecie disciplinata dall’art. 16 della legge n. 689/1981, che – prevedendo il “pagamento in misura ridotta”, da parte dell’indicato (nel processo verbale di contestazione della violazione) autore della violazione, corrispondente alla terza parte del massimo della sanzione prevista per la violazione commessa o, se più favorevole, al doppio del minimo della sanzione edittale, oltre alle spese del procedimento, entro il termine di sessanta giorni dalla contestazione immediata o, se questa non vi è stata, dalla notificazione degli estremi della violazione, ossia prima che l’ordinanza-ingiunzione sia emessa – implica necessariamente l’accettazione della sanzione e, quindi, il riconoscimento, da parte del contravventore, della propria responsabilità e, conseguentemente, nel sistema delineato dal legislatore anche a fini di deflazione dei processi, la rinuncia ad esercitare il proprio diritto alla tutela giurisdizionale…“.

Giovanni Paris

DECESSO DELL’AUTORE DELLA VIOLAZIONE E RESPONSABILE IN SOLIDO: CASS. CIV., SEZ. LAVORO, 27/09/22 N° 28101

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IN CASO DI VIOLAZIONE COSTITUENTE ILLECITO AMMINISTRATIVO LA MORTE DELL’AUTORE DELLA STESSA DETERMINA L’ESTINZIONE DELL’OBBLIGAZIONE DI PAGARE LA SANZIONE PECUNIARIA A CARICO DELL’OBBLIGATO SOLIDALE?

L’art. 7 “Non trasmissibilità dell’obbligazione” della L. 689/81 recita:

“L’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi.”.

La morte dell’autore della violazione, pertanto, comporta l’estinzione dell’obbligazione di pagare la sanzione pecuniaria, la quale, in forza dell’art. 7, non si trasmette agli eredi, ma nulla si dice in merito alla permanenza dell’obbligazione a carico dell’eventuale responsabile in solido.

La conseguenza è la medesima, come risulta da  Cass. Civ., Sez. Lavoro, 27/09/22 n° 28101  (scarica e leggi) per la quale “…In tema di sanzioni amministrative, la morte dell’autore della violazione determina non solo l’intrasmissibilità ai suoi eredi dell’obbligazione di pagare la somma dovuta per la sanzione, ma altresì l’estinzione dell’obbligazione a carico dell’obbligato solidale. …”.

Si veda anche Cass. Civ, II, 07/02/22, n° 3696 (scarica e leggi) laddove viene “…ribadito che, in tema di sanzioni amministrative, la morte dell’autore della violazione determina non solo l’intrasmissibilità ai suoi eredi dell’obbligazione di pagare la somma dovuta per la sanzione ex art. 7 della legge n. 689 del 1981, ma altresì l’estinzione dell’obbligazione a carico dell’obbligato solidale ex art. 6 della stessa legge e l’impossibilità per quest’ultimo, ove abbia pagato la sanzione, di esercitare nei confronti degli eredi del trasgressore il regresso…”.

Tale sentenza rileva anche perché viene espresso il principio della autonomia della posizione dell’obbligato solidale rispetto a quella del trasgressore, difatti si afferma in essa che “…l’identificazione del trasgressore non è un requisito di legittimità dell’ordinanza – ingiunzione emessa nei confronti dell’obbligato solidale, ancorché necessaria ai fini dell’eventuale esperimento dell’azione di regresso ex art. 6 della legge n. 689 del 1981 ovvero ai fini della prova dell’illecito o dei presupposti della solidarietà o ancora della valutazione della motivazione del provvedimento sanzionatorio nel giudizio di opposizione…”,

continuando che “…In funzione dell’autonomia della posizione dell’obbligato solidale, rispetto a quella del trasgressore, l’amministrazione conserva quindi la possibilità di agire nei confronti di uno soltanto di detti soggetti, e non inevitabilmente nei confronti di entrambi. …”,

concludendo che ambedue i suddetti principi erano stati affermati nel 2017 “…dalle Sezioni Unite di questa Corte, le quali hanno ribadito, da un lato, che la morte del trasgressore implica anche l’estinzione dell’obbligazione a carico del responsabile solidale…e, dall’altro lato, l’autonomia delle posizioni del trasgressore e dell’obbligato solidale per il pagamento della sanzione amministrativa, precisando che quando l’obbligazione del primo viene meno ai sensi dell’art. 14, ultimo comma, della Legge n. 689 del 1981, per mancata tempestiva notificazione del provvedimento sanzionatorio, l’autonoma obbligazione del secondo permane, con l’ulteriore conseguenza che costui, ove abbia pagato la sanzione, conserva l’azione di regresso per l’intero verso l’autore della violazione, il quale non può eccepire, all’interno di tale ultimo rapporto, che è invece di sola rilevanza privatistica, l’estinzione del suo obbligo verso l’Amministrazione. …”.

Questa la sentenza del 2017: Cass. Sez. Unite Civ., 22/09/17 n° 22082.

Giovanni Paris

ABBRUCIAMENTO DEGLI SCARTI VEGETALI

Rischio incendi, prorogato al 15 aprile il divieto di abbruciamenti -  Notizie | TVL TV Libera

DOMANDE:

1) Quando possono essere bruciati gli scarti vegetali derivanti dalla normale pratica agricola? 

2) Quali sono i soggetti che possono essere ammessi all’utilizzo di questa procedura?

3) Quando possono essere bruciati gli scarti vegetali derivanti dalla manutenzione del verde? 

RISPOSTE:

1) Per la prima casistica si riporta sotto il disposto dell’art. 182, comma 6 bis del D.Lgs 152/06.

2) Possono avvalersi di questa procedura esclusivamente coloro che sono classificati giuridicamente (iscritti alla C.C.I.A.A) con la qualifica di Imprenditore agricolo e dispongano di almeno un  ettaro (1 ha) di terreno agricolo per ogni tre metri steri/giorno (misura agronomica che significa, a grandi linee vuoto per pieno), a condizione che gli scarti derivanti dalla combustione vengano riutilizzati come “ammendanti agrari” in sostituzione dei concimi sintetici.

3) Per coloro che praticano per professione la manutenzione del verde pubblico e/o privato, questa deroga è esclusa.

In questi casi coloro che procedono all’abbruciamento di questi scarti incorrono in tre sanzioni:

a) illecito smaltimento di rifiuti (art. 208 e/o 216 sanzionato dall’art. 256 del D.Lgs 152/06);

b) violazione dell’art. 269, sanzionato dall’art. 279 del D.Lgs 152/06, per aver immesso fumi in atmosfera in assenza della specifica autorizzazione;

c) violazione art. 674 C.P. “Getto pericoloso di cose”.

La disposizione normativa che viene affrontata è costituita dalle integrazioni apportate all’articolo 182 del summenzionato D. Lgs. 152/06, in particolare l’aggiunta del comma 6-bis (attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro). Con tale modifica integrativa il Legislatore ha inteso ratificare una pratica operativa adottata dagli imprenditori agricoli da tempo; verrebbe da pensare che questa procedura di disfarsi degli scarti di potatura rientri fra quelle che il nostro ordinamento giuridico ha inteso inserire fra: usi, costumi e consuetudini. Una modalità d’intervento la quale sembrerebbe possedere i principi ispiratori dell’ordinamento giuridico poiché fra le “Fonti del Diritto” rientrano a pieno titolo anche usi, costumi e consuetudine. Ciò detto, per quanto riguarda questa particolare gestione degli scarti vegetali derivanti dalla normale pratica agricola, vanno comunque fatte salve le disposizioni di tipo generale relativamente ai periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, unitamente alle disposizioni impartite dai comuni e le altre amministrazioni competenti. Questi possono differire o vietare la combustione del materiale di cui al presente comma all’aperto e in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli nonché, in tutti i casi in cui, da tale attività, possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute   umana, con   particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)

Di seguito si riporta integralmente la disposizione normativa (art. 182 comma 6 bis del D. Lgs 152/06).

“Le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all’art. 185, comma 1, lett. f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti e non attività di gestione rifiuti.

Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle Regioni, la combustione dei residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata.

I Comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale  di cui al presente comma  all’aperto in tutti i casi in cui sussistono  condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli  e in tutti i casi in cui da tale attività possono derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare  riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10).”

Allegato: DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA ABBRUCIAMENTO

Alberto Casoni - Perito Industriale - ex responsabile ...

Dott. Alberto Casoni

Docente APL Marche “Ambiente”

DECORRENZA DEL TERMINE DI NOTIFICAZIONE DELLA VIOLAZIONE EX ART. 14 L. 689/81: CASS. CIV., II, 27/09/22 N° 28150

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IL TERMINE PER LA NOTIFICA DEL VERBALE DI ACCERTAMENTO DI VIOLAZIONE AI SENSI DELL’ART. 14 DELLA L. 689/81 (90 GIORNI) DECORRE DAL MOMENTO IN CUI L’ORGANO ACCERTATORE ACQUISISCE COGNIZIONE DELLA VIOLAZIONE NELLA SUA MATERIALITA’?

La risposta è NEGATIVA e ci arriva dalla Cass. Civ., II, 27/09/22 n° 28150 (scarica e leggi) per la quale:

“…E’ costante orientamento…che il momento dell’accertamento non si identifica con quello in cui viene acquisito il fatto nella sua materialità, ma con l’acquisizione e valutazione di tutti i dati indispensabili ai fini della verifica dell’esistenza della violazione e per la quantificazione della sanzione…”,

specificando come

“…Compete al giudice di merito accertare quale sia il momento in cui la constatazione si è tradotta, o si sarebbe potuta tradurre, in accertamento, dovendosi a tal fine tener conto, oltre che della complessità della materia, delle particolarità del caso concreto anche con riferimento al contenuto e alle date delle operazioni…”.

Si legga anche l’articolo “ACCERTAMENTO” DELLA VIOLAZIONE AI SENSI DELL’ ART. 14 L. 689/81: CASS., II, 04/08/22, N° 24209

Giovanni Paris

NATURA GIURIDICA DELL’ORDINANZA DI DEMOLIZIONE DI COSTRUZIONE ABUSIVA: CASS. PEN., III, 06/09/22 N° 32753

L’ORDINANZA DI DEMOLIZIONE DI UN MANUFATTO ABUSIVO HA NATURA PENALE?

La risposta è negativa, come stabilito dal pronunciamento della Cass. Pen., III, 06/09/22 n°32753 (scarica e leggi) per il quale “…l’ordine di demolizione non riveste, nel nostro ordinamento, una funzione punitiva, quale elemento di pena da irrogare al colpevole, ma, diversamente, una funzione RIPRISTINATORIA del bene interesse tutelato. La ratio della previsione, infatti, non è quella di sanzionare ulteriormente (rispetto alla pena irrogata) l’autore dell’illecito, ma quella di eliminare le conseguenze dannose della condotta medesima, rimuovendo la lesione del territorio così verificatasi e ripristinando quell’equilibrio urbanistico-edilizio che i vari enti preposti – ciascuno per la propria competenza – hanno voluto stabilire, al punto che tale ordine, quando imposto dall’Autorità giudiziaria in uno con la sentenza di condanna, non si pone in rapporto alternativo con l’omologo ordine emesso dall’autorità amministrativa, ferma restando la necessità di un coordinamento tra le due disposizioni in sede esecutiva. …”.

L’ORDINANZA DI DEMOLIZIONE E’ SOTTOPOSTA A PRESCRIZIONE?

Ugualmente il medesimo consesso stabilisce che “…Proprio perché privo di finalità punitive, l’ordine di demolizione non è soggetto dunque alla prescrizione stabilita dall’art. 173 cod. pen. per le sanzioni penali, né alla prescrizione stabilita dall’art. 28 della legge n. 689 del 1981, che riguarda soltanto le sanzioni pecuniarie con finalità punitiva (cfr. Sez. 3, n. 41475 del 03/05/2016, Rv. 267977), per cui il decorso del tempo tra la condanna della ricorrente e l’esecuzione della demolizione non è elemento di per sé decisivo. …”.

Si vedano, tra le decisioni più recenti e nel medesimo senso, per cui è costantemente affermata, infatti, la natura amministrativa di detta sanzione, che persegue una funzione ripristinatoria e non punitiva, imposta per ragioni di tutela del territorio, come tale sottratta, sia alla disciplina dell’estinzione della sanzione per il decorso del tempo ex art. 173 cod. pen., dal momento che tale norma si riferisce alle sole pene principali e non alle sanzioni amministrative, sia all’estinzione per prescrizione quinquennale ex art. 28 legge n. 689 del 1981 propria delle sanzioni amministrative, riguardante le sole sanzioni pecuniarie con finalità punitiva, anche:

Cass. Pen, III, 31/08/22 n° 31929

Cass. Pen., III, 03/08/22 n° 30601

Cass. Pen, III, 14/04/22 n° 14554

Cass. Pen., III, 13/04/22 n° 14225

Cass. Pen. , VII, 16/03/22 n° 8785

Giovanni Paris

RICHIESTA DI DOCUMENTI DI IDENTITA’/RICONOSCIMENTO DA PARTE DI ESERCENTI: ATTO LECITO O ABUSO?

IL NOSTRO ORDINAMENTO GIURIDICO PREVEDE CASI NEI QUALI E’ LEGITTIMA O DOVEROSA LA RICHIESTA DA PARTE DI ESERCENTI ATTIVITA’ PROFESSIONALI DI ESIBIZIONE DI DOCUMENTI DI IDENTITA’ O DI IDENTIFICAZIONE?

Prendiamo le mosse da un recente caso che ha “appassionato” gli operatori del diritto, alcune categorie di esercenti e l’opinione pubblica e cioè quello del controllo del possesso della certificazione verde COVID-19 (green pass) da parte dei titolari di una serie di attività economiche, con la possibilità altresì di richiedere la esibizione di un documento di identità/riconoscimento.

Ricordiamo quanto tale situazione sia stata avversata e contestata da parte sia degli operatori individuati e incaricati per i controlli (soggetti privati non pubblici ufficiali), sia da parte degli utenti e clienti delle attività il cui accesso era subordinato al possesso della certificazione verde COVID-19.

La fonte normativa che ha previsto tali forme di controllo e con le modalità indicate è l’art. 13 del D.P.C.M. 17/06/21 “Verifica delle certificazioni verdi COVID-19 emesse dalla Piattaforma nazionale-DGC”, di cui riportiamo i commi 1, 2 e 4.

1.  La verifica delle certificazioni verdi COVID-19 è effettuata mediante la lettura del codice a barre bidimensionale, utilizzando esclusivamente l’applicazione mobile descritta nell’allegato B, paragrafo 4, che consente unicamente di controllare l’autenticità, la validità e l’integrità della certificazione, e di conoscere le generalità dell’intestatario, senza rendere visibili le informazioni che ne hanno determinato l’emissione nonché mediante le ulteriori modalità automatizzate di cui ai successivi commi descritte negli allegati G e H. 

2.  Alla verifica di cui al comma 1 sono deputati:

a)  i pubblici ufficiali nell’esercizio delle relative funzioni;
b)  il personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, iscritto nell’elenco di cui all’art. 3, comma 8, della legge 15 luglio 2009, n. 94;
c)  i soggetti titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi per l’accesso ai quali è prescritto il possesso di certificazione verde COVID-19, nonché i loro delegati;
d)  il proprietario o il legittimo detentore di luoghi o locali presso i quali si svolgono eventi e attività per partecipare ai quali è prescritto il possesso di certificazione verde COVID-19, nonché i loro delegati;

4.  L’intestatario della certificazione verde COVID-19 all’atto della verifica di cui al comma 1 dimostra, a richiesta dei verificatori di cui al comma 2, la propria identità personale mediante l’esibizione di un documento di identità.

Le disposizioni normative sembrano veramente chiare, ma probabilmente non è stato così (non si comprende però sinceramente come possa essere stato il contrario), se anche il Ministro dell’Interno ha dichiarato che per l’accesso nei locali quali bar, ristoranti, cinema e teatri i titolari degli stessi avrebbero dovuto controllare il green pass, ma non avrebbero potuto chiedere la carta d’identità ai clienti.

Ma subito dopo, con conseguente smentita di quanto poco prima dichiarato, è stata emessa la Circolare del Ministero dell’Interno del 10/08/21 (scarica e leggi) che ha fatto chiarezza (ma si ripete non ce ne sarebbe stato il bisogno), sul potere/dovere da parte di una serie di soggetti, ancorché non pubblici ufficiali, di procedere al controllo del possesso della certificazione verde COVID-19 e richiedere la esibizione di un documento di identità.

Ma anche il Garante della Privacy, e sappiamo quanto tale autorità sia attenta in materia, in risposta ad un quesito (scarica e leggi) pervenuto dalla Regione Piemonte , ha concluso che “… è consentito il trattamento dei dati personali consistente nella verifica, da parte dei soggetti di cui all’art. 13, c.2, dell’identità dell’intestatario della certificazione verde, mediante richiesta di esibizione di un documento di identità. …”.

Quello che è stato ancor più strano però è stata la “sorpresa” pressoché generale del fatto che sono stati previsti tali adempimenti da parte di soggetti non aventi la qualifica di pubblici ufficiali, quando invece abbiamo casi analoghi previsti dalla normativa vigente, alcuni dei quali ormai in essere da tempo immemorabile.

Vogliamo in questa sede ricordarli, riportando direttamente le disposizioni normative in ordine cronologico di adozione:

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Art. 109 T.U.L.P.S.

“1.  I gestori di esercizi alberghieri e di altre strutture ricettive, comprese quelle che forniscono alloggio in tende, roulotte, nonché i proprietari o gestori di case e di appartamenti per vacanze e gli affittacamere, ivi compresi i gestori di strutture di accoglienza non convenzionali, ad eccezione dei rifugi alpini inclusi in apposito elenco istituito dalla regione o dalla provincia autonoma, possono dare alloggio esclusivamente a persone munite della carta d’identità o di altro documento idoneo ad attestarne l’identità secondo le norme vigenti.

2.  Per gli stranieri extracomunitari è sufficiente l’esibizione del passaporto o di altro documento che sia considerato ad esso equivalente in forza di accordi internazionali, purché munito della fotografia del titolare.”

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Art. 128 T.U.L.P.S.

“I fabbricanti, i commercianti, gli esercenti e le altre persone indicate negli articoli 126 127 non possono compiere operazioni su cose antiche o usate se non con le persone provviste della carta d’identità o di altro documento munito di fotografia, proveniente dall’amministrazione dello Stato.

Essi devono tenere un registro delle operazioni di cui al primo comma che compiono giornalmente, in cui sono annotate le generalità di coloro con i quali le operazioni stesse sono compiute e le altre indicazioni prescritte dal regolamento.

Tale registro deve essere esibito agli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza, ad ogni loro richiesta.

Le persone che compiono operazioni di cui al primo comma con gli esercenti sopraindicati, sono tenute a dimostrare la propria identità nei modi predetti.

L’esercente, che ha comprato cose preziose, non può alterarle o alienarle se non dieci giorni dopo l’acquisto, tranne che si tratti di oggetti comprati presso i fondachieri o i fabbricanti ovvero all’asta pubblica.”

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Art. 1Misure per la sicurezza degli impianti sportivi” D.L. 8-2-2007 n. 8 “Misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni calcistiche, nonchè norme a sostegno della diffusione dello sport e della partecipazione gratuita dei minori alle manifestazioni sportive”.

3-bis. La richiesta di acquisto dei titoli di accesso agli impianti sportivi di cui all’articolo 1-quater del decreto-legge 24 febbraio 2003, n. 28, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2003, n. 88, è corredata dalla presentazione di un valido documento di identità per ogni intestatario di ciascun titolo.

3-ter. Il personale addetto agli impianti sportivi di cui al comma 3-bis accerta la conformità dell’intestazione del titolo di accesso alla persona fisica che lo esibisce, richiedendo la esibizione di un valido documento di identità, e negando l’ingresso in caso di difformità, nonchè a coloro che sono sprovvisti del documento.

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Art. 24  “Norme in materia di gioco” D.L. 6-7-2011 n. 98 “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria.”

20.  È vietato consentire la partecipazione ai giochi pubblici con vincita in denaro ai minori di anni diciotto.

21.  Il titolare dell’esercizio commerciale, del locale o, comunque, del punto di offerta del gioco che consente la partecipazione ai giochi pubblici a minori di anni diciotto è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinque mila a euro venti mila. Indipendentemente dalla sanzione amministrativa pecuniaria e anche nel caso di pagamento in misura ridotta della stessa, la violazione prevista dal presente comma è punita con la chiusura dell’esercizio commerciale, del locale o, comunque, del punto di offerta del gioco da dieci fino a trenta giorni; ai fini di cui al presente comma, il titolare dell’esercizio commerciale, del locale o, comunque, del punto di offerta del gioco, all’interno dei predetti esercizi, identifica i giocatori mediante richiesta di esibizione di un idoneo documento di riconoscimento.

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Art. 14-ter. “Introduzione del divieto di vendita di bevande alcoliche a minori” L. 30-3-2001 n. 125 “Legge quadro in materia di alcol e di problemi alcolcorrelati” (articolo inserito dal comma 3-bis dell’art. 7, D.L. 13/09/12, n. 158 Decreto Balduzzi).

“1. Chiunque vende bevande alcoliche ha l’obbligo di chiedere all’acquirente, all’atto dell’acquisto, l’esibizione di un documento di identità, tranne che nei casi in cui la maggiore età dell’acquirente sia manifesta.”

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Art. 25 del testo unico delle leggi sulla protezione ed assistenza della maternità e infanzia, di cui al regio decreto 24 dicembre 1934, n. 2316 (articolo inserito dal comma 3-bis dell’art. 7, D.L. 13/09/12, n. 158 Decreto Balduzzi).

“1. Chiunque vende prodotti del tabacco ha l’obbligo di chiedere all’acquirente, all’atto dell’acquisto, l’esibizione di un documento di identità, tranne nei casi in cui la maggiore età dell’acquirente sia manifesta.”

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Quindi, niente di nuovo sotto il sole.

Giovanni Paris

LA RESPONSABILITA’ SOLIDALE NELLE VIOLAZIONI IN MATERIA DI AFFISSIONI DI PROPAGANDA ELETTORALE

Affissioni elettorali Veneto | Spread Affissioni

IN CASO DI VIOLAZIONI IN MATERIA DI AFFISSIONI DI PROPAGANDA ELETTORALE SI APPLICA L’ART. 6 ” SOLIDARIETA’ ” DELLA L. 689/81 O LA RESPONSABILITA’ E’ ESCLUSIVAMENTE DELL’AUTORE MATERIALE DELLA VIOLAZIONE?

In via preliminare bisogna distinguere il momento in cui avviene la affissione:

  • se questa avviene in un periodo diverso da quello previsto per le consultazioni elettorali e disciplinato dalla L. 04/04/56 n° 212 “Norme per la disciplina della propaganda elettorale”,
  • se questa avviene invece nel periodo previsto e disciplinato dalla legge sopra citata. 

PRIMA SITUAZIONE

Al di fuori del periodo temporale in cui le affissioni di propaganda elettorale devono essere fatte negli appositi spazi destinati a tal scopo ai sensi della L. 212/56, è possibile la affissione di materiale di propaganda politica o elettorale negli spazi destinati alle normali affissioni.

In tal caso possono verificarsi le violazioni alla specifica normativa di settore, per le cui violazioni si applicano le disposizioni della L. 689/81, compreso l’art. 6 “Solidarietà” della L. 689/81.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione formatasi negli ultimi anni ha elaborato i termini in cui il suddetto principio può applicarsi in caso di violazioni in materia di pubbliche affissioni aventi ad oggetto materiali di propaganda elettorale.

Si vedano:

Cass. Civ., II, 31/07/19 n. 20707

Cass. Civ, II, 20/11/19 n. 30248

Cass. Civ., II, 16/12/21 n. 40328

Cass. Civ., II, 06/07/21 n. 19075

Cass. Civ., II, 22/06/22 n. 20129

SECONDA SITUAZIONE

L’ art. 8 della L. L. 04/04/56 n° 212 “Norme per la disciplina della propaganda elettorale” prevede che:

“Chiunque sottrae o distrugge stampati, giornali murali od altri, o manifesti di propaganda elettorale previsti dall’art. 1, destinati all’affissione o alla diffusione o ne impedisce l’affissione o la diffusione ovvero stacca, lacera o rende comunque illeggibili quelli già affissi negli spazi riservati alla propaganda elettorale a norma della presente legge, o, non avendone titolo, affigge stampati, giornali murali od altri o manifesti negli spazi suddetti è punito con la reclusione fino ad un anno e con la multa da lire 100.000 a lire 1.000.000. Tale disposizione si applica anche per i manifesti delle pubbliche autorità concernenti le operazioni elettorali.

omissis

Chiunque affigge stampati, giornali murali od altri, o manifesti di propaganda elettorale previsti dall’art. 1 fuori degli appositi spazi è punito……. .”

Successivamente il comma 17 dell’art15 L. 10/12/93, n° 515 ha disposto che in caso di violazione delle disposizioni contenute nel presente articolo si applichi, in luogo delle sanzioni penali, la sanzione amministrativa pecuniaria da lire duecentomila (€ 103,00) a lire due milioni (€ 1.032,00).

L’art. 15 comma 19 della L. 515/93 ha previsto inoltre che per l’applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste per le violazioni alla L. 212/56 si applicano le disposizioni generali contenute nelle sezioni I e II del capo I della L. 689/81, salvo quanto diversamente disposto.

ATTENZIONE!! L’art. 1, comma 482 della L. 30/12/04, n° 311 aggiunse all’art. 8 un comma che così disponeva: “È responsabile esclusivamente colui che materialmente è colto in flagranza nell’atto di affissione. Non sussiste responsabilità solidale”, pertanto non rendendo applicabile alle fattispecie disciplinate dallo stesso l’art. 6 “Solidarietà” della L. 689/81.

Questo comma però è stato poi abrogato dall’art. 1, comma 176, della L. 27/12/06 n° 296, cosicchè è tornato ad essere applicabile l’art. 6 della L. 689/81.

Non si riscontrano pronunciamenti giurisprudenziali aventi ad oggetto la applicazione del principio di responsabilità solidale e i termini, le condizioni della sua applicazione alle violazioni della L. 212/56, ma si ritiene di poter fare riferimento al contenuto dei principi espressi nelle sentenze sopra indicate.

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Giovanni Paris

LA “REITERAZIONE” EX. ART. 8-BIS L. 689/81: APPLICAZIONE GENERALE? – CASS. 22/08/22 N° 25079

SANZIONI AMMINISTRATIVE: Principi e procedure del sistema sanzionatorio |  CULTURA DELLA LEGALITA'

L’IPOTESI DELLA “REITERAZIONE”, PREVISTA DA SPECIFICHE DISPOSIZIONI NORMATIVE, PER IL SUO CONFIGURARSI SOTTOSTA SEMPRE A QUANTO STABILITO DALL’ART. 8-BIS DELLA L. 689/81 O IN RAGIONE DELLA “SPECIALITA'” DELLA MATERIA TRATTATA NE E’ SVINCOLATA ?

RISPOSTA: Si applica sempre l’art. 8-bis della L. 689/81, salva diversa specifica previsione normativa, come risulta dalla sentenza della Cass. Civ. II del 22/08/22 n° 25079, di cui si riporta sotto il passaggio principale.

Ma andiamo con ordine. 

L’art. 8 bis della L. n. 689/81 “Reiterazione delle violazioni” è stato introdotto dal D. Lgs. n° 507/99 e così recita:

Salvo quanto previsto da speciali disposizioni di legge, si ha reiterazione quando, nei cinque anni successivi alla commissione di una violazione amministrativa, accertata con provvedimento esecutivo, lo stesso soggetto commette un’altra violazione della stessa indole. Si ha reiterazione anche quando più violazioni della stessa indole commesse nel quinquennio sono accertate con unico provvedimento esecutivo.

Si considerano della stessa indole le violazioni della medesima disposizione e quelle di disposizioni diverse che, per la natura dei fatti che le costituiscono o per le modalità della condotta, presentano una sostanziale omogeneità o caratteri fondamentali comuni.

La reiterazione è specifica se è violata la medesima disposizione.

Le violazioni amministrative successive alla prima non sono valutate, ai fini della reiterazione, quando sono commesse in tempi ravvicinati e riconducibili ad una programmazione unitaria.

La reiterazione determina gli effetti che la legge espressamente stabilisce. Essa non opera nel caso di pagamento in misura ridotta.

Gli effetti conseguenti alla reiterazione possono essere sospesi fino a quando il provvedimento che accerta la violazione precedentemente commessa sia divenuto definitivo. La sospensione è disposta dall’autorità amministrativa competente, o in caso di opposizione dal giudice, quando possa derivare grave danno.

Gli effetti della reiterazione cessano di diritto, in ogni caso, se il provvedimento che accerta la precedente violazione è annullato.”

La norma detta i principi e le condizioni generali per individuare l’istituto giuridico della “reiterazione” e per il suo verificarsi, salvo che speciali disposizioni di legge dispongano altrimenti.

La reiterazione, si badi bene, non consiste nella semplice ripetizione, commissione di comportamenti illeciti da parte dello stesso soggetto, ma è qualcosa di più complesso.

In base al primo comma si ha reiterazione quando nei cinque anni successivi alla commissione di una violazione amministrativa, accertata con provvedimento esecutivo, il soggetto commette un’altra violazione della stessa indole.

Ne consegue che per poter parlare tecnicamente di reiterazione occorre l’esistenza di tre presupposti:

– un provvedimento esecutivo;
– il trascorrere di un arco temporale massimo di cinque anni;
– la commissione di altra violazione della medesima indole.

La reiterazione pertanto dipende innanzitutto dall’esistenza di un provvedimento esecutivo (es. ordinanza ingiunzione non più opponibile).

Quando la violazione è stata accertata con provvedimento esecutivo la reiterazione viene ad esistenza se nei successivi cinque anni dal fatto lo stesso soggetto commette un’altra violazione della stessa indole.

Per violazione della stessa indole si intende:

a) violazione della medesima disposizione già violata in precedenza (reiterazione specifica).
b) violazione di disposizioni diverse purché per la natura dei fatti che le costituiscono o per le modalità della condotta, presentino una sostanziale omogeneità rispetto alla precedente.

Essa non opera inoltre quando sia avvenuto il pagamento in misura ridotta della sanzione.

I presupposti e le condizioni per aversi reiterazione hanno valore generale e si applicano in tutti i casi in cui le disposizioni normative la prevedano, salvo che sia diversamente stabilito, questo è stato affermato dalla Cass. Civ. II del 22/08/22 n° 25079 (scarica e leggi):

“…La legge 689/1981 contiene la disciplina generale sul procedimento sanzionatorio amministrativo e, come previsto nel relativo articolo 11, le disposizioni di cui al Capo I (ivi compreso l’art. 8 bis) «si osservano in quanto applicabili e salvo che non sia diversamente stabilito, per tutte le violazioni per le quali è prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro». Deve pertanto ritenersi che l’aggravamento delle sanzioni previsto da una disciplina di settore per il caso in cui uno stesso illecito venga compiuto più volte rientri tra gli “effetti” a cui fa riferimento l’art. 8 bis della l. 689/1981 là dove, nel comma 5, recita «la reiterazione determina gli effetti che la legge espressamente stabilisce», subito prima di precisare che la stessa «non opera nel caso di pagamento in misura ridotta» La lex specialis idonea a neutralizzare la disposizione di cui al suddetto articolo 8-bis, comma 5, L. 689/1981, in sostanza, dovrebbe essere una disposizione specificamente regolatrice degli effetti del pagamento in misura ridotta sull’illecito... .”

Giovanni Paris

MANCATA AUDIZIONE EX ART. 18 L. 689/81: ORDINANZA INGIUNZIONE INVALIDA? CASS. 18/08/22 N° 24901

🗣️ Persona Che Parla Emoji

L’art. 18  “Ordinanza-ingiunzione” della L. 689/81 prevede che:

“1. Entro il termine di trenta giorni dalla data della contestazione o notificazione della violazione, gli interessati possono far pervenire all’autorità competente a ricevere il rapporto a norma dell’art. 17 scritti difensivi e documenti e possono chiedere di essere sentiti dalla medesima autorità.

2. L’autorità competente, sentiti gli interessati, ove questi ne abbiano fatto richiesta, ed esaminati i documenti inviati e gli argomenti esposti negli scritti difensivi, se ritiene fondato l’accertamento, determina, con ordinanza motivata, la somma dovuta per la violazione e ne ingiunge il pagamento, insieme con le spese, all’autore della violazione ed alle persone che vi sono obbligate solidalmente; altrimenti emette ordinanza motivata di archiviazione degli atti comunicandola integralmente all’o.rgano che ha redatto il rapporto.

omissis”

Bisogna ricordare come fino al 2010 la giurisprudenza ha avuto un orientamento costante ritenendo che si avesse l’obbligo di procedere all’audizione della parte che ne avesse fatto richiesta, con la conseguenza che l’omessa audizione del richiedente avrebbe comportato la invalidità del provvedimento sanzionatorio.

La questione è stata oggetto di pronunciamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le quali hanno determinato un radicale cambiamento del precedente indirizzo con la sentenza Cass., S.U. del 28/01/10 n° 1786 (scarica e leggi).

Si legga Cass. Civ, VI, ord. del 07/08/19, n° 21146 (scarica e leggi) ove si afferma:

“l’orientamento ormai univoco della più recente giurisprudenza di questa Corte…secondo cui la mancata audizione dell’interessato, che abbia fatto regolare richiesta di essere ascoltato nell’ambito del procedimento amministrativo in seguito al ricorso formulato ai sensi dell’art. 203 c.d.s. avverso il verbale di accertamento…non determina la nullità della conseguente ordinanza-ingiunzione emessa dalla competente P.A., non essendo, di per sé, idonea all’accoglimento del suddetto ricorso in via amministrativa. Ed invero, questa Corte, con la sentenza n. 1786/2010 adottata a Sezioni unite, ha stabilito che, in tema di ordinanza ingiunzione per l’irrogazione di sanzioni amministrative – emessa in esito al ricorso facoltativo al Prefetto, ai sensi dell’art. 204 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285, ovvero a conclusione del procedimento amministrativo ex art. 18 della legge 24 novembre 1981, n. 689 – la mancata audizione dell’interessato che ne abbia fatto richiesta in sede amministrativa non comporta la nullità del provvedimento, in quanto, riguardando il giudizio di opposizione il rapporto e non l’atto, gli argomenti a proprio favore che l’interessato avrebbe potuto sostenere in sede di audizione dinanzi all’autorità amministrativa ben possono essere prospettati in sede giurisdizionale.”-

Conforme  Cass. Civ. II del 05/03/20, n° 6313  (scarica e leggi)

Si segnala la recentissima Cass. Civ. II del 18/08/22 n° 24901 (scarica e leggi) che non si discosta dai precedenti, confermando che “…la mancata audizione dell’interessato che ne abbia fatto richiesta in sede amministrativa non comporta la nullità del provvedimento, in quanto, riguardando il giudizio di opposizione il rapporto e non l’atto, gli argomenti a proprio favore che l’interessato avrebbe potuto sostenere in sede di audizione dinanzi all’autorità amministrativa ben possono essere prospettati in sede giurisdizionale. …”

Giovanni Paris

DANNEGGIAMENTO DI MANIFESTI POLITICI E/O ELETTORALI: REATO O ILLECITO AMMINISTRATIVO?

Strappava manifesti elettorali. 'Vandalo' denunciato a Vaglia

COSTITUISCE VIOLAZIONE DI LEGGE IL COMPORTAMENTO DI LACERARE, STACCARE O RENDERE COMUNQUE INSERVIBILI I MANIFESTI POLITICI O DI PROPAGANDA ELETTORALE?

Il dissenso politico può a volte manifestarsi anche attraverso le azioni sopra descritte. Cosa prevede il nostro ordinamento giuridico? Costituiscono esse violazione di legge?

La risposta è AFFERMATIVA, ma dobbiamo fare delle distinzioni in ordine alla normativa applicabile.

Andiamo con ordine.

La tutela giuridica si manifesta in due modi diversi e con la applicazione di due diverse disposizioni normative e ciò in relazione al momento in cui avviene la affissione:

  • se questa avviene nel periodo previsto e disciplinato dalla L. 04/04/56 n° 212 “Norme per la disciplina della propaganda elettorale”,
  • se invece avviene in un periodo diverso da quello previsto per le consultazioni elettorali disciplinato dalla legge sopra citata.

PRIMA SITUAZIONE

L’art. 8 della L. L. 04/04/56 n° 212 “Norme per la disciplina della propaganda elettorale” prevede che:

“Chiunque sottrae o distrugge stampati, giornali murali od altri, o manifesti di propaganda elettorale previsti dall’art. 1, destinati all’affissione o alla diffusione o ne impedisce l’affissione o la diffusione ovvero stacca, lacera o rende comunque illeggibili quelli già affissi negli spazi riservati alla propaganda elettorale a norma della presente legge, o, non avendone titolo, affigge stampati, giornali murali od altri o manifesti negli spazi suddetti è punito con la reclusione fino ad un anno e con la multa da lire 100.000 a lire 1.000.000. Tale disposizione si applica anche per i manifesti delle pubbliche autorità concernenti le operazioni elettorali.”

Successivamente il comma 17 dell’art15 L. 10/12/93, n° 515 ha disposto che in caso di violazione delle disposizioni contenute nel presente articolo si applichi, in luogo delle sanzioni penali, la sanzione amministrativa pecuniaria da lire duecentomila (€ 103,00) a lire due milioni (€ 1.032,00).

L’art. 15 comma 19 della L. 515/93 ha previsto inoltre che per l’applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste per le violazioni alla L. 212/56 si applicano le disposizioni generali contenute nelle sezioni I e II del capo I della L. 689/81, salvo quanto diversamente disposto. Non si applica l’articolo 16 della medesima L. 689/81, pertanto nel verbale saranno indicati i limiti edittali con espressa indicazione che non è ammesso il pagamento in misura ridotta.

Autorità competente a cui indirizzare scritti difensivi, a ricevere il rapporto e a emettere ordinanza di arcchiviazione/ingiunzione è il Prefetto.

SECONDA SITUAZIONE

Al di fuori del periodo temporale in cui le affissioni di propaganda elettorale devono essere fatte negli appositi spazi destinati a tal scopo ai sensi della L. 212/56, è possibile la affissione di materiale di propaganda politica o elettorale negli spazi destinati alle normali affissioni. 

In tal caso nell’ipotesi di compimento delle azioni in discussione è applicabile l’art. 664 comma 2 del Codice Penale.

Art. 664 Codice Penale “Distruzione o deterioramento di affissioni”.

“Chiunque stacca, lacera o rende comunque inservibili o illeggibili scritti o disegni fatti affiggere dalle autorità civili o da quelle ecclesiastiche, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 77 a euro 464.

Se si tratta di scritti o disegni fatti affiggere da privati nei luoghi e nei modi consentiti dalla legge o dall’autorità, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.”

Tale articolo è stato modificato dall’art. 48 del D.Lgs. 30/12/99 n° 507 che ha disposto la depenalizzazione delle fattispecie illecite fino a qual momento previste come reati contravvenzionali, pertanto ora illeciti amministrativi regolati dalla L. 689/81.

Per la violazione al comma 2, di nostro interesse, è ammesso il pagamento in misura ridotta ex art. 16 L. 689/81 di una somma pari a € 102,00.

Autorità competente a cui indirizzare scritti difensivi, a ricevere il rapporto e a emettere ordinanza di arcchiviazione/ingiunzione è il Prefetto.

Importante verificare in entrambe le ipotesi se i fatti possano avere le condizioni per costituire violazione all’art. 294 del Codice Penale.

Art. 294 Codice Penale “Attentati contro i diritti politici del cittadino”.

“Chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.”

Giovanni Paris

“ACCERTAMENTO” DELLA VIOLAZIONE AI SENSI DELL’ ART. 14 L. 689/81: CASS., II, 04/08/22, N° 24209

COSA SI INTENDE PER “ACCERTAMENTO” DELLA VIOLAZIONE, AI FINI DELLA DECORRENZA DEL TERMINE DI 90 GIORNI, PREVISTO DALL’ART. 14 DELLA L. 689/81, ENTRO IL QUALE PROCEDERE ALLA NOTIFICAZIONE DEL VERBALE DI INFRAZIONE?

Come sappiamo il diritto è materia tecnica e come tutte le materie tecniche utilizza termini che hanno un ben preciso significato che sovente si discosta dall’uso che ne fa e/o dal significato quotidiano che gli attribuisce il cittadino comune e l’esempio più ricorrente sono quelli della “multa” e “contravvenzione”, che nel parlare comune vengono utilizzati con riferimento sostanzialmente al provvedimento sanzionatorio adottato da un organo di polizia, ben sapendo che dal punto di vista giuridico hanno ben altro significato e contenuto.

Ebbene, uno di questi termini è quello di ”accertamento” della violazione previsto dall’art. 14/2 della L. 689/81 laddove si prevede che “…Se non è avvenuta la contestazione immediata per tutte o per alcune delle persone indicate nel comma precedente, gli estremi della violazione debbono essere notificati agli interessati residenti nel territorio della Repubblica entro il termine di novanta giorni e a quelli residenti all’estero entro il termine di trecentosessanta giorni dall’accertamento. …”.

A questo punto bisogna capire quando si concretizza l”accertamento”.

In relazione all’elemento temporale riferito ad una violazione abbiamo:

  • la data di avvenuta commissione della violazione,
  • la data in cui l’organo di controllo ha constatato, rilevato la violazione,
  • la data in cui l’organo di controllo ha accertato la violazione.

La data di accertamento della violazione non coincide necessariamente con la data in cui è avvenuta la violazione, né con quella in cui l’organo di controllo ne viene a conoscenza, quest’ultima individua solo il momento in cui la violazione viene constatata nella sua materialità, come elemento di fatto, ma ciò non determina il suo “accertamento”, che costituisce concetto e fatto più complesso, possiamo dire che si realizza una “fattispecie a formazione progressiva”, in quanto esso presuppone sì la sussistenza dell’elemento oggettivo (il fatto costituente violazione), ma pretende anche la presenza dell’elemento soggettivo, cioè la individuazione ed identificazione del soggetto trasgressore a cui attribuire la violazione, attribuibilità che potrebbe comportare altresì la necessità di provvedere allo svolgimento di attività “investigativa”, più o meno complessa e quindi temporalmente più o meno dilatata, mediante gli atti previsti dall’art. 13 della L. 689/81 (es. documentazione fotografica, acquisizione di informazioni, ecc.).

La giurisprudenza di legittimità ha espresso nel tempo un orientamento elaborando il principio in forza del quale il termine di novanta giorni “dall’accertamento”, previsto dall’art. 14 della L.689/81 per la notificazione degli estremi della violazione, inizia a decorrere dal momento in cui è compiuta – o si sarebbe dovuta compiere anche in relazione alla complessità o meno della fattispecie – l’attività amministrativa intesa a verificare l’esistenza dell’infrazione, atteso che l’accertamento presuppone il completamento, da parte dell’autorità amministrativa competente, delle indagini intese a riscontrare la sussistenza di tutti gli elementi (oggettivi e soggettivi) dell’infrazione medesima, il momento dell’accertamento dell’illecito non coincide con il momento in cui viene acquisito il “fatto” nella sua materialità.

Si leggano per tutte  Cass. Civ., sez. II, ord., 29/10/19, n° 27702,  Cass. Civ., Sez. Un., sent., 31/10/19, n° 28210. 

Tali conclusioni sono state ribadite dalla Cass. Civ., sez. II, sent., 04/08/22, n° 24209 (clicca e leggi), nella quale è stato altresì affrontata la questione di quando l’organo abilitato a riscontrare gli estremi della violazione sia diverso da quello incaricato della ricerca e della raccolta degli elementi di fatto:

“…in tema di sanzioni amministrative, il termine per la contestazione all’interessato, stabilito, a pena di decadenza, dall’art. 14 della legge 24 novembre 1981, n. 689, decorre, non già dal momento in cui il “fatto” è stato acquisito nella sua materialità, ma, dovendosi tener conto anche del tempo necessario per la valutazione della idoneità di tale fatto ad integrare gli estremi (oggettivi e soggettivi) di comportamenti sanzionati come illeciti amministrativi, da quando l’accertamento è stato compiuto o avrebbe potuto ragionevolmente essere effettuato dall’organo addetto alla vigilanza delle disposizioni che si assumono violate. Qualora, pertanto, il soggetto abilitato a riscontrare gli estremi della violazione sia diverso da quello incaricato della ricerca e della raccolta degli elementi di fatto, l’atto di accertamento non può essere configurato fino a quando i risultati delle indagini svolte dal secondo non siano portati a conoscenza del primo, dovendo escludersi che le attività svolte dai due diversi organi possano essere considerate unitariamente al fine di valutare la congruità del tempo necessario per l’accertamento delle irregolarità e, conseguentemente, la ragionevolezza di quello effettivamente impiegato dall’amministrazione. …”.

Giovanni Paris

LE SANZIONI AMMINISTRATIVE NON PECUNIARIE

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Le tesi universitarie possono rappresentare un ottimo materiale di studio per la preparazione ai concorsi pubblici, per l’approfondimento e la crescita professionale, certo la loro lettura prevede impegno e sforzo, ma senza questi non possiamo conseguire un sempre maggiore livello di conoscenza e formazione.

Questa volta propongo la lettura di due tesi relative alla sanzioni amministrative diverse da quelle pecuniarie.

Quali sono le tipologie e le caratteristiche e delle sanzioni amministrative non pecuniarie? Possono essere ammesse a far parte della tipologia “standard” di sanzione amministrativa, come definita dalla Legge 689 del 1981?

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Tesi della Dott.ssa Francesca Ferrari LE SANZIONI AMMINISTRATIVE NON PECUNIARIE

Tesi della Dott.ssa Annalaura Leoni LE SANZIONI AMMINISTRATIVE NON PECUNIARIE

DIVIETO DI VENDITA O SOMMINISTRAZIONE DI ALCOL A MINORI

 
 
L. 30-3-2001 n. 125
Legge quadro in materia di alcol e di problemi alcolcorrelati.
 

Art. 14-ter. Introduzione del divieto di vendita di bevande alcoliche a minori.

“1. Chiunque vende bevande alcoliche ha l’obbligo di chiedere all’acquirente, all’atto dell’acquisto, l’esibizione di un documento di identità, tranne che nei casi in cui la maggiore età dell’acquirente sia manifesta.

2. Salvo che il fatto non costituisca reato, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 250 a 1.000 euro a chiunque vende o somministra (parole inserite dall’art. 12/2 D.L. 14/17) bevande alcoliche ai minori di anni diciotto. Se il fatto è commesso più di una volta si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 2.000 euro con la sospensione dell’attività da quindici giorni a tre mesi.”

Si segnala il pronunciamento della Cass. civ., sez. II, ord. 0407/22, n° 21076 (scarica e leggi),  per il quale il comportamento vietato e sanzionabile, anche quando la norma citava la sola vendita, comprendeva anche la cessione per il consumo sul posto, cioè la somministrazione, la quale costituisce pur sempre una attività di vendita: “…Il riferimento letterale alla vendita, contenuto nella disposizione, non può intendersi nel senso di escludere l’applicazione della sanzione nel caso di consumo all’interno del locale: anche tale consumo implica pur sempre – ai fini della sussistenza dell’illecito – la cessione degli alcolici a favore di soggetti minori di età…”.

Giovanni Paris

 

PRINCIPIO DI LEGALITA’ E ILLECITO AMMINISTRATIVO

come diventare professore di diritto

Sappiamo tutti quanto sia forte a volte la tentazione di far sì che per una violazione, che si ritiene “giusto” punire in maniera più efficace, vengano previste sanzioni pecuniarie e/o accessorie più consistenti e/o diverse da quelle disciplinate dalla normativa esistente, inserendole in fonti regolamentari o in ordinanze sindacali, persino a volte prevedendo obblighi, divieti o limitazioni non previsti dalla normativa.

Ma tali scelte sono legittime? Possono atti formalmente amministrativi, pur con forza normativa, quali i regolamenti o provvedimenti amministrativi quali le ordinanze proporsi come “inventori” del diritto?

Il nostro ordinamento giuridico prevede in ambito penale, espresso dall’art. 25 della Costituzione e dall’art. 1 del Codice penale, il PRINCIPIO DI LEGALITA’ per cui nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente previsto come reato dalla legge, nè con pene che non siano da essa stabilite.

Analogamente in ambito sanzionatorio amministrativo, per l’illecito amministrativo, che mutua la sua natura dall’illecito penale, l’art. 1 della l. 689/81 dispone che nessuno può essere assoggettato a sanzioni amministrative se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima della commissione della violazione.

Segnalo il pronunciamento della Corte di cassazione, II, ord. 17/06/22 n° 19696 (scarica e leggi), di cui riporto un passaggio conclusivo, ma che invito a leggere nella sua interezza per l’importante sviluppo logico giuridico esposto riguardante il principio in discussione:

“…Questa Corte, con orientamento consolidato, al quale il collegio intende dare continuità, ha affermato che l’art. 1 della legge 24 novembre 1981 n. 689 ha recepito anche per le sanzioni amministrative il principio di legalità, impedendo che possano essere comminate da disposizioni contenute in fonti normative subordinate, come un regolamento comunale o un’ordinanza del Sindaco, con la conseguenza che, in sede di giudizio di opposizione ad ordinanza-ingiunzione emessa per l’irrogazione di sanzione illegittimamente prevista da fonte regolamentare, il giudice ordinario ha il potere-dovere di disapplicazione di tale previsione, in virtù dell’art. 5 della legge 20 marzo 1865 n. 2248, all. E. …”

L’ILLECITO AMMINISTRATIVO

Discrimen

Segnalo, tratto dal sito dis CRIMEN, il volume

“L’illecito punitivo-amministrativo: principi sostanziali, procedimentali e processuali.”

L’opera esamina sistematicamente e in dettaglio la normativa generale concernente l’illecito punitivo-amministrativo, delineando il diritto vivente con amplissimi riferimenti giurisprudenziali e utili schemi riassuntivi, a partire dall’espansione in materia dei principi penalistici costituzionali e dalla legge n. 689/1981. Tra i temi più importanti: imputabilità, elemento soggettivo, errore, cause di esclusione della responsabilità, concorso di persone, responsabilità solidale, concorso di illeciti, criteri applicativi della sanzione, procedimento amministrativo, giudizio di opposizione.

Giovanni Paris

PROPAGANDA ELETTORALE MEDIANTE VEICOLI PUBBLICITARI (VELE).

Risultati immagini per vele pubblicitarie

E’ possibile svolgere attività di propaganda elettorale mediante veicoli pubblicitari, meglio conosciuti come “vele”? E ciò anche durante il periodo previsto per legge nel quale si applica la specifica disciplina che regola in via generale lo svolgimento delle attività di propaganda elettorale?

La disciplina normativa di riferimento è contenuta nella L. 04/04/56 n° 212 “Norme per la disciplina della propaganda elettorale.”, la quale non disciplina il caso in trattazione, ma prevede in via generale all’art. 1, comma 1, quanto segue:

“L’affissione di stampati, giornali murali od altri e di manifesti di propaganda, da parte di partiti o gruppi politici che partecipano alla competizione elettorale con liste di candidati o, nel caso di elezioni a sistema uninominale, da parte dei singoli candidati o dei partiti o dei gruppi politici cui essi appartengono, è effettuata esclusivamente negli appositi spazi a ciò destinati in ogni Comune.”

e, all’art. 6, comma 1, che:

“Dal trentesimo giorno precedente la data fissata per le elezioni è vietata ogni forma di propaganda elettorale luminosa o figurativa, a carattere fisso in luogo pubblico, escluse le insegne indicanti le sedi dei partiti. È vietato, altresì, il lancio o il getto di volantini in luogo pubblico o aperto al pubblico e ogni forma di propaganda luminosa mobile.”.

In materia fondamentale è la Circolare del Ministero dell’Interno del 08/04/80 n° 1943/V (clicca e leggi) che costituisce strumento interpretativo ed operativo per gli organi di vigilanza, la quale al par. 6 prevede che “… dal momento della assegnazione degli appositi spazi per la propaganda elettorale a coloro che ne hanno titolo e fino alla chiusura delle votazioni:

  1. a) è vietata la affissione di qualsiasi materiale di propaganda elettorale negli spazi destinati dai comuni alle normali affissioni, previo pagamento dei diritti previsti al capo III del D.Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 639;
  2. b) è vietata la esposizione di materiale di propaganda elettorale negli spazi di pertinenza degli interessati, di cui all’articolo 28 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 639. Trattasi dei giornali murali, bacheche o vetrinette appartenenti a partiti o gruppi politici, associazioni sindacali o giovanili, editori di giornali o periodici, posti in luogo pubblico o esposto al pubblico.

In eccezione al predetto divieto, l’articolo 1 della legge n. 130 consente che nelle predette bacheche o vetrinette sia effettuata la affissione di quotidiani e periodici. La eccezione vale

anche per i giorni della votazione (articolo 8 della legge n. 130)

omissis

  1. c) è vietata l’affissione o l’esposizione di stampati murali od altri e di manifesti inerenti, direttamente o indirettamente, alla propaganda elettorale in qualsiasi altro luogo pubblico o esposto al pubblico, nelle vetrine dei negozi, nelle porte, sui portoni, sulle saracinesche, sui chioschi, sui capanni, sulle palizzate, sugli infissi delle finestre o dei balconi, sugli alberi o sui pali, ovvero su palloni o aerostati ancorati al suolo.”.

Per ciò che ci occupa il par. 22 della circolare prevede:

“L’articolo 6 della legge 212, nella nuova formulazione della legge n. 130, vieta ogni forma di propaganda luminosa mobile. La norma è intesa a proibire la propaganda elettorale eseguita su mezzi mobili con apparecchiature luminose.

Al contrario, deve ritenersi ammessa ogni forma di propaganda figurativa non luminosa eseguita con mezzi mobili.

E’ appena il caso di aggiungere che i veicoli che rechino tali mezzi di propaganda devono avere i requisiti richiesti dalle norme sulla circolazione stradale; deve poi ritenersi che, dentro i limiti delle predette norme, la sosta dei veicoli stessi deve essere ammessa.”

Pertanto la propaganda elettorale effettuata tramite un veicolo in movimento e a carattere figurativo non rientra nei divieti sopra indicati, in quanto essa da una parte non costituisce affissione e dall’altra non è né propaganda elettorale luminosa o figurativa a carattere fisso, né propaganda luminosa mobile.

La legitimità di tale forma di forma di propaganda elettorale risiede però nel fatto che il veicolo sia in movimento, in caso contrario si configura la realizzazione di una forma di propaganda elettorale figurativa a carattere fisso.

Nel tempo sono stati individuati una serie di criteri, trasfusi nelle circolari delle Prefetture emanate in occasione delle consultazioni elettorali, quali la possibilità di realizzare soste di breve durata (es. soste tecniche) o l’obbligo di rimessaggio in luoghi che non consentano la visibilità dall’esterno, al fine di giudicare la trasformazione della propaganda elettorale da mobile a fissa e quindi in violazione dell’art. 6 della L. 212/56.

In merito però ai tempi di sosta di breve durata è sentita la necessità di stabilire un preciso periodo temporale massimo di sosta a cui l’organo di vigilanza possa far riferimento, evitando in tal modo valutazioni ampiamente discrezionali e il sorgere di probabili contenziosi.

Ovviamente non vi è un dato normativo a cui far riferimento, si potrebbe utilizzare il termine di 48 ore indicato nei due pareri del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti del 18/02/08 n° 16076 e del 29/07/08 n° 62926, criterio ampiamente accolto dalla giurisprudenza, al fine di qualificare quando una attività pubblicitaria svolta attraverso un mezzo mobile si trasforma in un impianto pubblicitario fisso e quindi necessitante di specifica autorizzazione ex art. 23 Codice della Strada.

Si osserva che tale riferimento temporale è valido però solo fino al momento in cui la propaganda elettorale mediante veicolo può essere ritenuta come una qualsiasi attività pubblicitaria, perchè dal momento in cui scatta la vigenza della normativa specifica di settore sopra citata, allora la disciplina generale del Codice della Strada non può più essere applicata.

Quanto sopra trova riscontro nelle circolari/accordi con le formazioni politiche delle Prefetture emanate in occasione delle consultazioni elettorali, per alcune delle quali poi si prevedono esplicitamente tempi di sosta massimi, seppur diversificati, diversi dal termine delle 48 ore (si va da 15 minuti ad 1 ora, vedi stralcio Prefettura di Agrigento, Brescia, Fermo, Macerata, Massa-Carrara, Napoli, Pistoia – clicca e leggi), dalla loro lettura si rileva la esclusione della applicazione analogica dei suddetti pareri del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti alle “vele” di propaganda elettorale.

Giovanni Paris

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INOTTEMPERANZA AD ORDINANZA SINDACALE: VIOLAZIONE ART. 650 C.P.?

La violazione di una ordinanza sindacale viene perseguita penalmente e costituisce reato ex art. 650 c.p.?

Non sempre, l’ipotesi contravvenzionale sopra indicata si configura solo quando si tratti di provvedimento contingibile ed urgente, mentre in caso di inottemperanza di provvedimenti diretti a dare esecuzione a leggi o regolamenti la violazione sarà perseguita quale illecito amministrativo con applicazione delle specifiche sanzioni amministrative previste dalla legge o la applicazione della sanzione amministrativa prevista dall’art. 7-bis D.L.gs 267/00.

Questo il principio espresso e ribadito dalla Corte di Cassazione con sentenza 03/11/16 n° 46212 (scarica e leggi).

Giovanni Paris

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MANCATA OTTEMPERANZA ALL’ALT DELLA POLIZIA: ART. 650 C.P. O ART. 192/1 C.D.S.?

Il mancato adempimento da parte del conducente di un veicolo all’obbligo di fermarsi imposto da funzionari, ufficiali e agenti cui spetta la prevenzione e l’accertamento dei reati in materia di circolazione stradale integra gli estremi anche del reato ex art. 650 c.p. o vi è solo la violazione dell’art. 192/1 C.d.S., costituente illecito amministrativo?

Sulla questione si è espressa la Corte di Cassazione che con sentenza del 14-10-16 N° 42591  (scarica e leggi) ha affermato che il comportamento determina la applicazione del solo art. 192/1 C.d.S., in quanto in tale caso opera la disciplina del concorso apparente di norme, e perciò il principio di specialità, di cui all’art. 9 della L. 689/81 quando uno stesso fatto è punito da una disposizione penale e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa,

Giovanni Paris

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DIVIETO DI ACCESSO DI CANI IN GIARDINI E PARCHI PUBBLICI

DIVIETO ACCESSO CANI-

Il Comune può prevedere un divieto generalizzato di accesso ai cani, muniti anche di guinzaglio o museruala, in tutti i giardini e parchi pubblici cittadini?

In effetti è dato riscontrare che molti comuni hanno adottato provvedimenti in tal senso motivandoli:

  • con la considerazione che la presenza dei cani nei luoghi suddetti possa costituire un rischio di natura igienico/sanitaria per la salute dei cittadini, oltre che un problema di decoro, a causa delle deiezioni prodotte dagli animali, spesso non raccolte da chi conduce l’animale,
  • con lo scopo di maggiore tutela della sicurezza ed incolumità dei cittadini, specialmente minori, inabili e d anziani, abituali frequentatori di tali luoghi, per via di possibili aggressioni.

Tali provvedimenti, anche se partono da ragionevoli intendimenti, sono legittimi?

La questione è stata affrontata in diverse occasioni dagli organi di giustizia amministrativa con declaratoria di illegittimità dei provvedimenti impugnati, da ultimo si segnala la decisione del TAR LAZIO, SEZ. II BIS,DEL 17-05-16 N° 5836 (scarica e leggi)

Vediamo quali sono state nel tempo alcune sentenze emesse in proposito e le motivazioni a fondamento delle stesse.

TAR Piemonte del 18/05/12 n° 593

L’organo giurisdizionale dichiara la illegittimità del provvedimento impugnato per eccesso di potere determinato da carenza di adeguata istruttoria, non essendovi dati o accertamenti medico-veterinari che supportino la decisione di vietare l’accesso dei cani nelle aree verdi, pertanto invece di porre tale divieto andrebbe potenziato il servizio di controllo da parte della Polizia Municipale per sanzionare coloro che non adempiono all’obbligo di condurre il cane al guinzaglio o con la museruola (come previsto dall’art. 83 del D.P.R. 320/54 “Regolamento di Polizia Veterinaria”, che impone appunto di condurre i cani, quando si trovano nelle vie o in altri luoghi pubblici, con idonea museruola o con guinzaglio) o all’obbligo di rimuovere le deiezioni dell’animale.

TAR Sardegna del 30/11/12 n° 1080

L’organo giurisdizionale dichiara la illegittimità del provvedimento impugnato, emesso sotto la forma della ordinanza contingibile ed urgente ai sensi dell’art. 50 del D. Lgs. 267/00, in quanto manca la dimostrazione di un pericolo effettivo che minacci la sanità e l’igiene pubblica derivante da una situazione eccezionale ed imprevedibile, che deve fondare l’adozione di un provvedimento del genere, a cui non sia possibile far fronte con i mezzi ordinari previsti dall’ordinamento, concludendo che se il rischio per la cittadinanza è relativo alla mancata raccolta delle deiezioni dei cani, esso si risolve con la irrogazione delle sanzioni previste nei confronti dei trasgressori e non vietando indiscriminatamente l’ingresso dei cani nelle aree verdi.

TAR Puglia del 28/03/13 n° 732

TAR Basilicata del 17/10/13 n° 611

Gli organi giurisdizionali dichiarano la illegittimità dei provvedimenti impugnati, emessi sotto la forma della ordinanza contingibile ed urgente ai sensi dell’art. 50 del D. Lgs. 267/00, in quanto eccessivamente limitativi della libertà di circolazione delle persone e perchè la tutela dell’igiene e sanità pubblica è raggiungibile obbligando coloro che accompagnano i cani nei giardini e parchi pubblici di dotarsi di strumenti idonei per rimuovere le deiezioni dell’animale, sproporzionato ed eccessivo è il divieto assoluto di ingresso.

Vediamo quali sono state le motivazioni a fondamento dell’ultima sentenza emessa sull’argomento.

Tar Lazio del 17/05/16 n° 5836

L’organo di giustizia amministrativa aderisce al costante consolidato e non contrastato orientamento giurisprudenziale formatosi su fattispecie analoghe richiamandosi a: T.A.R. Potenza, 17 ottobre 2013, n. 611; T.A.R. Reggio Calabria, 28 maggio 2014, n. 225; T.A.R. Milano, 22 ottobre 2013 n. 2431; T.A.R. Sardegna, 27 febbraio 2016 n, 128; T.A.R. Venezia, 12 aprile 2012, n. 502.

Si osserva che sono meritevoli le ragioni di tutela dei cittadini in considerazione della circostanza che i cani vengono spesso lasciati senza guinzaglio e non ne vengono raccolte le deiezioni, ma il provvedimento risulta essere eccessivamente limitativo della libertà di circolazione delle persone ed è comunque posto in violazione dei principi di adeguatezza e proporzionalità, atteso che lo scopo perseguito dall’Ente locale di mantenere il decoro e l’igiene pubblica, nonché la sicurezza dei cittadini, può essere soddisfatto attraverso l’attivazione dei mezzi di controllo e di sanzione rispetto all’obbligo per gli accompagnatori o i custodi di cani di rimuovere le eventuali deiezioni con appositi strumenti e di condurli in aree pubbliche con idonee modalità di custodia (guinzaglio o museruola) trattandosi di obblighi imposti dalla disciplina generale statale, cosicchè il Sindaco può fronteggiare comportamenti incivili da parte dei conduttori di cani, al fine di prevenire le negative conseguenze di tali condotte, con l’esercizio degli ordinari poteri di prevenzione, vigilanza, controllo e sanzionatori di cui dispone l’Amministrazione.

Giovanni Paris

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COMPETENZA ALLA EMISSIONE DI ORDINANZA SANZIONATORIA

poliziamunicipale

Nel caso di violazione amministrativa in materia per la quale è devoluta la competenza sanzionatoria al Comune qual è l’organo comunale competente a conoscere della stessa e quindi ad emettere il provvedimento sanzionatorio, cioè l’ordinanza ingiunzione o, in caso di verifica negativa, di archiviazione?

Le diverse più datate normative nazionali facevano riferimento al Sindaco come autorità competente nel senso sopra indicato (si veda per esempio l’art. 22 del D.Lgs. 114/98 in materia di commercio).

Ora, tutte le disposizioni che disponevano in tal senso devono ritenersi implicitamente abrogate dal D.Lgs. 267/2000, l’art.107/1 del decreto suddetto prevede che i poteri di indirizzo e controllo appartengono agli organi di governo dell’ente, mentre i compiti gestionali sono attribuiti ai dirigenti e tra questi compiti gestionali vi rientra certamente la competenza ad irrogare sanzioni amministrative.

Quindi la competenza in materia è di un organo burocratico comunale, ma quale?

Istintivamente viene da individuarlo nella figura apicale appartenente alla Polizia Municipale/Locale, quindi nel Comandante il Corpo o nel Responsabile del Servizio.

E’ corretta tale individuazione? La risposta in effetti non è scontata.

Bisogna registrare due linee di pensiero:

  • la prima indica come competente la figura apicale appartenente alla Polizia Municipale/Locale e ciò per via della specifica competenza/conoscenza della materia sanzionatoria.

Tale tesi viene però criticata perchè la figura apicale appartenente alla Polizia Municipale/Locale in alcuni casi si troverebbe a conoscere di provvedimenti sanzionatori emessi da appartenenti alla stessa struttura che essa dirige, financo a dover decidere su situazioni che lo hanno visto esso stesso quale agente accertatore e soggetto che ha redatto il verbale di accertamento di violazione, con conseguenti critiche sul venir meno della caratteristica della “imparzialità” ed “indipendenza” che dovrebbe guidare un organo che si occupa di “sentenziare” se una violazione è stata commessa o meno e pronunciarsi anche su eventuali scritti difensivi presentati.

  • la seconda indica come competente la figura apicale appartenente al Settore o Servizio comunale che tratta della materia oggetto del provvedimento sanzionatorio, per capirci se l’infrazione a cui si riferisce il verbale di accertamento riguarda la materia commercio la competenza è dell’organo burocratico comunale che tratta della materia commercio, così per l’edilizia, ecc. .

Tale tesi se per certi aspetti potrebbe ritenersi condivisibile, per altra parte pone delle difficoltà pratiche perchè la competenza/conoscenza della materia sanzionatoria non appartiene a tutti gli organi burocratici comunali.

Registriamo sull’argomento il pronunciamento del Tribunale di Firenze che con sentenza n° 1870/16 ha concluso per la legittimità dell’ordinanza ingiunzione emessa dal Comandante della Polizia Municipale, affermando che “….nessun contrasto con l’art. 97 della Costituzione appare configurabile in quanto la dedotta terzietà dell’organo non è richiesta nei casi di richieste di riesame di atti in sede di autotutela. La terzietà è richiesta semmai nel caso di ricorsi giurisdizionali mentre nel caso dell’esercizio del potere sanzionatorio della P.A. l’autorità che rileva l’infrazione ben può essere la stessa chiamata ad esaminare le difese del trasgressore prima di emettere definitivamente la sanzione. …”

Giovanni Paris

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