Autore: giovanniparis

CIRCOLARE MINISTERO INTERNO SU REGISTRO OPERAZIONI COSE ANTICHE O USATE

Beni usati antichità e preziosi intestazione

L’art. 126 del T.U.L.P.S. stabiliva che “Non può esercitarsi il commercio di cose antiche o usate senza averne fatta preventiva dichiarazione all’autorità locale di pubblica sicurezza, la quale ne rilasciava presa d’atto.

L’art. 126 del T.U.l.P.S. è stato abrogato espressamente dall’art. 6 del D.Lgs. 222/16 “Individuazione di procedimenti oggetto di autorizzazione, segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA), silenzio assenso e comunicazione e di definizione dei regimi amministrativi applicabili a determinate attività e procedimenti, ai sensi dell’articolo 5 della legge 7 agosto 2015, n. 124”, con decorrenza dal 11/12/16.

Il commercio di cose antiche o usate pertanto non è quindi soggetto ad altri adempimenti per l’accesso al settore, se non quelli ordinari previsti dalla normativa regionale sul commercio.

Sin da subito sorse però la questione se ritenere tacitamente abrogato anche l’art. 128 del T.U.L.P.S. che obbliga.i commercianti, gli esercenti e le altre persone indicate negli articoli 126 e 127 del T.U.L.P.S. a tenere un registro delle operazioni compiute.

Che la situazione non fosse chiara ne fu dimostrazione una nota di risposta in merito del Ministero dell’Interno n° 557/PAS/U/003342/12020.A(1) del 02/03/17 (clicca e leggi) alla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, nella quale si esprimeva il parere che “…pare doversi propendere per la tesi per cui la abrogazione del’art. 126 T.U.L.P.S….abbia sottratto gli esercenti contemplati da tale articolo all’obbligo di tenuta del registro indicato.”, mantenendo però alcuni dubbi sulla questione facendo riserva di ulteriori elementi di valutazione.

I dubbi determinarono il Ministero dell’Interno ad interessare direttamente il Consiglio di Stato in funzione consultiva richiedendo allo stesso un parere.

Il Consiglio di Stato, sostanzialmente aderendo alle molteplici ragioni logico giuridiche proposte dallo stesso Ministero dell’Interno, con parere n° 00545/2018 del 02/03/18 (clicca e leggi) ha ritenuto che l’art. 128 del T.U.L.P.S non è stato tacitamente abrogato a seguito della abrogazione dell’art. 126 T.U.L.P.S. e pertanto che sia ancora obbligatorio tenere il registro delle operazioni compiute giornalmente per chi esercita il commercio di cose antiche o usate.

Tra le diverse motivazioni per il mantenimento dell’obbligo previsto dall’art. 128 del T.U.L.P.S. rilevano le diverse finalità delle due disposizioni, la prima, abrogata, regolava la modalità di accesso all’attività, mentre la seconda, in vigore, prevede una forma di controllo sull’attività in ragione della tipologia di beni trattati, per il fatto cioè, come sottolinea lo stesso Consiglio di Stato, “…che il settore della vendita di beni antichi o usati è particolarmente esposto a possibili azioni illecite. …”.

Registriamo sull’argomento la circolare del Ministero dell’Interno n° 557/PAS/U/004040/12900.A(24)BIS del 21/03/18 (clicca e leggi) che si conforma a quanto espresso dal Consiglio di Stato.

Giovanni Paris

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RICEZIONE DICHIARAZIONI SPONTANEE DALL’INDAGATO

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L’art. 350 c.p.p. “Sommarie informazioni dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini” regola le diverse modalità con le quali la polizia giudiziaria apprende informazioni dall’indagato.

La disposizione prevede 3 specifici casi di acquisizione delle stesse, che si diversificano sia per il rispetto di particolari modalità ed obblighi a carico degli organi di polizia giudiziaria operanti, sia per il tipo di qualifica che deve essere posseduta dal soggetto appartenente alla polizia giudiziaria legittimato alla acquisizione.

Specificamente:

  1. Situazione disciplinata dal comma 1 al comma 4: soggetto legittimato è l’ufficiale di p.g., deve essere invitato l’indagato a nominare un difensore di fiducia, in mancanza viene nominato un difensore d’ufficio, la assunzione di informazioni dall’indagato avviene con l’assistenza necessaria del difensore, il quale deve essere preavvertito e ha l’obbligo di presenziare al compimento dell’atto, va redatto verbale ex art. 357/2 lett. b) c.p.p. .

 

  1. Situazione disciplinata dal comma 5 al comma 6: soggetto legittimato è l’ufficiale di p.g., la assunzione di informazioni dall’indagato può avvenire anche senza la presenza del difensore e deve avvenire sul luogo o nell’immediatezza del fatto per avere notizie e indicazioni utili ai fini della immediata prosecuzione delle indagini, di tali dichiarazioni è vietata ogni documentazione (l’assenza di garanzie difensive in questa ipotesi è giustificata dalla urgente necessità dello sviluppo immediato dell’azione investigativa, il sacrificio delle esigenze della difesa è controbilanciato dalla previsione del divieto di utilizzazione delle notizie raccolte).

 

  1. Situazione disciplinata dal comma 7: soggetto legittimato è anche l’agente di p.g., la acquisizione di informazioni avviene attraverso la ricezione di dichiarazioni spontanee che l’indagato rende di sua iniziativa come mezzo di autodifesa e di collaborazione spontanea e senza che siano stimolate da domande o contestazioni, non è prevista l’assistenza del difensore, va redatto verbale ex art. 357/2 lett. b) c.p.p. .

Specificazione terminologica sulla differenza tra ASSUNZIONE e RICEZIONE:

  • la assunzione prevede la formulazione di domande, il soggetto viene “interrogato” attivamente dalla p.g.,
  • la ricezione non prevede la formulazione di domande, il soggetto fa dichiarazioni senza sollecitazioni da parte della p.g. che le registra passivamente.

Si segnala sull’argomento relativo alla ricezione di dichiarazioni spontanee la sentenza della Corte di Cassazione del 28/03/18 n° 14320 (clicca e leggi), con la quale si ribadisce che tali dichiarazioni possono essere acquisite senza garanzie difensive, in quanto si tratta di una scelta legislativa “…che trova la sua giustificazione nel fatto che le dichiarazioni spontanee non sono funzionali a raccogliere elementi di prova, ma piuttosto a consentire all’indagato di interagire con la polizia giudiziaria in qualunque momento egli lo ritenga, esercitando un suo diritto personalissimo.   “, ritenendo pertanto che “…le dichiarazioni spontanee anche se rese in assenza del difensore e senza l’avviso di poter esercitare il diritto al silenzio siano utilizzabili nella fase procedimentale, nella misura in cui emerga con chiarezza che l’indagato abbia scelto di renderle liberamente, senza alcuna coercizione o sollecitazione. …”.

Giovanni Paris

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CURE URGENTI AD ANIMALE E “STATO DI NECESSITA'”

Può essere invocato lo stato di necessità ex art. 4 L. 689/81 da parte di chi viola una o più norme di comportamento del Codice della Strada per provvedere a cure urgenti nei confronti di un animale?

La questione è stata affrontata e risolta negativamente dalla Corte di Cassazione, che con ordinanza del 01/03/18 n° 4834 (clicca e leggi) ha affermato che “…la costante giurisprudenza di questa Corte afferma che l’esclusione della responsabilità per violazioni amministrative derivante da “stato di necessità”, secondo la previsione dell’art. 4 della legge n. 689 del 1981, postula, in applicazione degli artt. 54 e 59 c.p., che fissano i principi generali della materia, una effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile…” e che “…in tema d’infrazioni amministrative lo stato di necessità, contemplato dall’art. 4 della legge 24 novembre 1981 n. 689 come causa di esclusione della responsabilità, è ravvisabile solo in presenza di tutti gli elementi previsti nell’art. 54 c.p., incluso il’pericolo attuale di un danno grave alla persona’…”, pertanto, anche se il nostro ordinamento giuridico pone una serie di disposizioni a salvaguardia della salute degli animali, per quanto riguarda l’istituto giuridico dello stato di necessità non esiste una “parificazione” dell’animale all’essere umano parlando la norma di “persona”.

Ad analoga conclusione pervenne sempre la Corte di Cassazione con  sentenza del 19/06/09 n° 14515 (clicca e leggi).

Si legga anche il seguente approfondimento riguardante VIOLAZIONI A NORME DEL CODiCE DELLA STRADA E STATO DI NECESSITA’ (clicca e leggi).

Giovanni Paris

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RILEVAZIONI ISTAT INCIDENTI STRADALI CON LESIONI A PERSONE – ANNO 2018

L’Istat rende disponibile il testo della Circolare prot. n. 0295032 del 13 febbraio 2018 (clicca e leggi) contenente i criteri da seguire per l’esecuzione della “Rilevazione degli incidenti stradali con lesioni a persone. Anno 2018”, inserita nel Programma Statistico Nazionale (IST-00142).

Si include anche Informativa prot. n. UP/0038830 del 12 gennaio 2018 (clicca e leggi) da sottoporre all’interessato ai sensi dell’art. 13 del d.lgs. n. 196/2003.

Si allega modello di rilevazione  STAT CTT/RILEVAZIONE IST-00142 INC – Edizione 2018  (clicca e scarica).

Giovanni Paris

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FOGLIO DI VIA A PROSTITUTA? SOLO SE COMMETTE REATI.

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Le Questure sovente tentano di combattere il fenomeno della prostituzione su strada attraverso la emissione di fogli di via obbligatorio a carico di chi esercita tale attività, provvedimenti che a volta vengono impugnati direttamente di fronte alla magistratura amministrativa o indirettamente di fronte alla magistratura ordinaria quando vengono impugnate le sentenze di condanna per inottemperanza degli stessi (violazione all’art. 76, comma 3, del D.Lgs. 159/11).

Ma leggiamo la normativa in merito alla questione.

Il D.Lgs. 6-9-2011 n. 159, “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136.”, prevede:

Art. 1  Soggetti destinatari

I provvedimenti previsti dal presente capo si applicano a:

a)  coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;

b)  coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;

c)  coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, comprese le reiterate violazioni del foglio di via obbligatorio di cui all’articolo 2, nonché dei divieti di frequentazione di determinati luoghi previsti dalla vigente normativa, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Art. 2  Foglio di via obbligatorio

Qualora le persone indicate nell’articolo 1 siano pericolose per la sicurezza pubblica e si trovino fuori dei luoghi di residenza, il questore può rimandarvele con provvedimento motivato e con foglio di via obbligatorio, inibendo loro di ritornare, senza preventiva autorizzazione ovvero per un periodo non superiore a tre anni, nel comune dal quale sono allontanate.

La Corte di Cassazione con la sentenza del 23/02/18 n° 8811 (clicca e leggi) ritorna sulla questione riguardante la legittimità del foglio di via obbligatorio a carico di una prostituta, di cui ci siamo occupati poco tempo fa con un articolo del 30/01/18 dal titolo “FOGLIO DI VIA A PROSTITUTA”  (clicca e leggi).

La Suprema Corte afferma che “…l’esercizio della prostituzione in sé non rientra tra le categorie delle persone pericolose ai sensi della vigente normativa…”, dovendo il provvedimento amministrativo che dispone il foglio di via obbligatorio “…indicare gli elementi concreti in fatto, riferibili al soggetto interessato, sui quali si fonda l’inquadramento di quest’ultimo in una delle predette categorie…”.

Va disapplicato pertanto il “…provvedimento amministrativo motivato soltanto sulla base dell’esercizio della prostituzione da parte dell’imputato, e della astratta probabilità della commissione dei delitti di atti osceni e di atti sessuali in danno di minorenni, poiché l’ordine, alla cui violazione consegue l’illecito penale, deve essere fondato su indizi e non su illazioni, congetture o meri sospetti da cui desumere che il soggetto destinatario rientri in una delle categorie previste dall’art. 1 della legge n. 1423 del 1956, oggi art. 1 del D.Lgs. n. 159 del 2011…”.

Giovanni Paris

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LA RICEVUTA DI RICHIESTA DI CARTA IDENTITA’ ELETTRONICA E’ DOCUMENTO DI RICONOSCIMENTO?

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La recentissima circolare del Ministero dell’Interno n° 2/2018 del 14/02/18 (clicca e leggi) riconosce il valore di documento di riconoscimento alla ricevuta della richiesta di carta d’identità elettronica denominata “Riepilogo dati per accettazione pratica” ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. c) del D.P.R. 445/2000 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa”,  in quanto munita della fotografia del titolare, dei relativi dati anagrafici e del numero della carta di identità elettronica cui si riferisce.

La circolare del Ministero dell’Interno si mostra di particolare interesse in quanto poco prima della sua emanazione sulla medesima questione se la ricevuta della richiesta di carta d’identità elettronica possa essere riconosciuta come documento di riconoscimento l’Ufficio della Motorizzazione Civile di Torino con nota del 01/02/18 (clicca e leggi) ha affermato che tale equiparazione non è possibile “…in assenza di una specifica norma che la renda equipollente ad un documento di identità…”, citando l’art. 35 del D.P.R. 445/00.

Qual è, al di là della considerazione se ritenere ”prevalente” la circolare del Ministero dell’Interno, allora la tesi da seguire?

Dobbiamo partire dal dato normativo.

L’art. 1 comma 1 “Definizioni” del D.P.R. 445/00 dà queste definizioni:

c)  DOCUMENTO DI RICONOSCIMENTO ogni documento munito di fotografia del titolare e rilasciato, su supporto cartaceo, magnetico o informatico, da una pubblica amministrazione italiana o di altri Stati, che consenta l’identificazione personale del titolare;

d)  DOCUMENTO D’IDENTITA’ la carta d’identità ed ogni altro documento munito di fotografia del titolare e rilasciato, su supporto cartaceo, magnetico o informatico, da una pubblica amministrazione competente dello Stato italiano o di altri Stati, con la finalità prevalente di dimostrare l’identità personale del suo titolare;

L’art. 35 “Documenti di identità e di riconoscimento” del D.P.R. 445/00 prevede:

  1. In tutti i casi in cui nel presente testo unico viene richiesto un documento di identità, esso può sempre essere sostituito dal documento di riconoscimento equipollente ai sensi del comma 2.
  2. Sono equipollenti alla carta di identità il passaporto, la patente di guida, la patente nautica, il libretto di pensione, il patentino di abilitazione alla conduzione di impianti termici, il porto d’armi, le tessere di riconoscimento, purché munite di fotografia e di timbro o di altra segnatura equivalente, rilasciate da un’amministrazione dello Stato.

Ebbene, probabilmente l’Ufficio della Motorizzazione Civile di Torino ha ritenuto, ai fini della equiparazione di un documento ad un “documento di identità”, la elencazione contenuta dal comma 2 dell’art. 35 del D.P.R. 445/00 come tassativa.

Ma il ragionamento logico giuridico da seguire impone la lettura combinata dell’art. 35 suddetto con quanto espresso dall’art. 1 e con le definizione che ne dà, e cioè che ai fini della attribuzione della qualifica di DOCUMENTO DI RICONOSCIMENTO ciò che rileva è che il documento sia munito di fotografia e venga rilasciato da una pubblica amministrazione italiana, tutti caratteri che appaiono essere posseduti dalla ricevuta di richiesta di carta identità elettronica, la quale contiene la fotografia del soggetto richiedente ed è rilasciata dal Comune, che è una pubblica amministrazione italiana.

Pertanto, a sommesso parere, le conclusioni a cui giunge il Ministero dell’Interno sono corrette.

D’altronde a medesime conclusioni si pervenne quando si affrontò la medesima questione se attribuire la qualifica di documento di riconoscimento al nuovo contrassegno invalidi, anche in quel caso la risposta fu affermativa, come da pareri della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dell’Interno e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e a tal proposito si veda l’articolo pubblicato in data 17/06/14 dal titoto CONTRASSEGNO INVALIDI DOCUMENTO DI IDENTIFICAZIONE (clicca e leggi)

Giovanni Paris

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ART. 126BIS C.D.S E PRESENTAZIONE DI RICORSO

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L’art. 126bis “Patente a punti” del Codice della Strada prevede che all’atto del rilascio della patente viene attribuito un punteggio di venti punti e che tale punteggio, annotato nell’anagrafe nazionale degli abilitati alla guida, subisce decurtazioni, nella misura indicata nella tabella allegata al medesimo art. 126bis, a seguito della comunicazione all’anagrafe di cui sopra della violazione di una delle norme per le quali è prevista la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente ovvero di una tra le norme di comportamento di cui al titolo V, indicate nella tabella medesima. La comunicazione all’anagrafe nazionale degli abilitati alla guida avviene da parte dell’organo da cui dipende l’agente che ha accertato la violazione che comporta la perdita di punteggio, entro trenta giorni dalla definizione della contestazione effettuata,

Il comma 2 dell’art. 126bis recita:

“…La comunicazione deve essere effettuata a carico del conducente quale responsabile della violazione; nel caso di mancata identificazione di questi, il proprietario del veicolo, ovvero altro obbligato in solido ai sensi dell’articolo 196, deve fornire all’organo di polizia che procede, entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione, i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione. Se il proprietario del veicolo risulta una persona giuridica, il suo legale rappresentante o un suo delegato è tenuto a fornire gli stessi dati, entro lo stesso termine, all’organo di polizia che procede. Il proprietario del veicolo, ovvero altro obbligato in solido ai sensi dell’articolo 196, sia esso persona fisica o giuridica, che omette, senza giustificato e documentato motivo, di fornirli è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 286 ad euro 1.143 . …”.

La presentazione di un ricorso avverso il verbale di accertamento per la violazione che comporta la decurtazione dei punti dalla patente di guida determina la sospensione dei termini previsti dal comma 2 dell’art. 126 bis o un giustificato motivo per la omissione della prevista comunicazione?

La norma nulla dice.

Ecco però un caso, non l’ultimo, per il quale si assiste ad un contrasto interpretativo tra organi amministrativi e organi giurisdizionali, con conseguente incertezza operativa da parte degli organi di controllo e confusione per gli utenti cittadini.

Sulla questione il Ministero dell’Interno, nell’ambito dei poteri di coordinamento attribuiti allo stesso dall’art. 11, comma 3, del C.d.S. ha emanato la circolare n° 300/A/3971/11/109/16 del 29/04/11 (clicca e leggi) con la quale “…si ritiene che la presentazione di un ricorso avverso il verbale di contestazione costituisca un giustificato e documentato motivo di omissione dell’indicazione delle generalità del conducente. …”, avviso ribadito con ulteriore circolare n° 300/A/7157/11/109/16 del 05/09/11 (clicca e leggi).

Di diverso e contrario parere la giurisprudenza, in primis la Corte Costituzionale che con ordinanza del 13/07/11 n° 210 (clicca e leggi) sostanzialmente afferma che, nel caso di presentazione di ricorso, questo fatto non può determinare la conseguenza di non dover comunicare le generalità di chi si trovasse alla guida, con conferma interpretativa da parte della Corte di Cassazione con diversi pronunciamenti, da ultimo con ordinanza del 24/11/17 n° 28136 (clicca e leggi) laddove si osserva che:

  • la circolare ministeriale non è atto normativo e quindi non innova la disciplina in materia, essa costituisce atto amministrativo che offre una “interpretazione” della normativa esprimendo un parere dell’Amministrazione centrale che è privo di valore vincolante ed è inidoneo a fondare l’affidamento dell’utente della strada,
  • la giurisprudenza della Suprema Corte è orientata nel senso dell’autonomia delle due condotte sanzionabili, quella relativa all’infrazione presupposta e quella attinente all’omessa o ritardata comunicazione delle generalità del conducente,
  • l’obbligo di comunicazione sancito dalla norma in esame è indipendente dagli esiti di una concorrente impugnativa attinente alla legittimità dell’accertamento dell’illecito presupposto, con la conseguenza che il termine per la comunicazione delle generalità del conducente decorre dal momento della richiesta dell’autorità.

Dobbiamo registrare infine la recente presentazione del disegno di legge s 3017 (clicca e leggi) da parte del Senatore Remigio Ceroni e che ha per oggetto una serie di modifiche alle norme del Codice della Strada relative all’accertamento delle violazioni in tema di velocità mediante sistemi elettronici, il quale rileva, per quanto stiamo trattando, perché tra le varie modifiche proposte (vedi pag. 3) vi è quella di prevedere che l’obbligo di comunicazione dei dati del conducente regolato dall’art. 126 bis resti sospeso nei termini in caso di presentazione di ricorso, ipotesi modificativa avente portata ovviamente generale e non limitata alle violazioni in materia di velocità, e che rileva perchè con essa si riconosce indirettamente che la interpretazione giuridica corretta per ciò che ci occupa è quella giurisprudenziale e la soluzione opposta, auspicata, va perseguita mediante un espresso intervento legislativo.

Proprio un bel pasticcio……

Giovanni Paris

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PARCHEGGI A PAGAMENTO E DIRETTIVE MINISTERIALI

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L’art. 7  del Codice della Strada “Regolamentazione della circolazione nei centri abitati.” prevede:

“1.  Nei centri abitati i comuni possono, con ordinanza del sindaco:

omissis

f)  stabilire, previa deliberazione della Giunta, aree destinate al parcheggio sulle quali la sosta dei veicoli è subordinata al pagamento di una somma da riscuotere mediante dispositivi di controllo di durata della sosta, anche senza custodia del veicolo, fissando le relative condizioni e tariffe in conformità alle direttive del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le aree urbane;
omissis”.
Le direttive ministeriali sono state emanate? In effetti no. E allora sorge la conseguente domanda se possono comunque essere stabilite aree di sosta e parcheggio a pagamento pur mancando le suddette direttive o se tali determinazioni sono illegittime e con esse i conseguenti provvedimenti sanzionatori adottati.
Per il Ministero dei Trasporti la mancanza delle direttive non è ostativa alla adozione di provvedimenti istitutivi di aree di sosta e parcheggio a pagamento con determinazione di tariffe e condizioni, nè sono illegittimi i relativi verbali di accertamento di violazioni, queste le conclusioni a cui giunge nel parere del 18/02/10 n° 14298 (clicca e leggi).
 
I Ministero osserva, tra l’altro, che :
 
  • non è giuridicamente proponibile sostenere che la mancata emanazione di una “disposizione” secondaria possa produrre la inapplicabilità e la inefficacia di una “norma primaria”;
  • anche in assenza della emanazione delle specifiche direttive gli enti proprietari della strada sono comunque tenuti all’applicazione del dettato normativo con l’obbligo di conformarsi alle direttive solo qualora queste fossero emanate;
  • si ritiene che le direttive in discussione non possano essere più emanate in quanto la riforma costituzionale intervenuta con la Legge Costituzionale 18/10/01 n° 3 ha riconosciuto ai Comuni una piena autonomia in materia di  determinazione delle proprie entrate, tra le quali rientrano anche quelle derivanti dai parcheggi a pagamento, pertanto l’eventuale emanazione delle direttive in discussione potrebbe essere intesa come una ingerenza da parte dello Stato nei confronti delle autonomie locali;
  • la tesi relativa alla mancanza dei “criteri direttivi” non è corretta perchè questi si possono ricavare agevolmente dal complesso delle disposizioni contenute nella Direttiva del Ministero dei Lavori Pubblici del 12/04/95 recante direttive per la redazione, adozione e attuazione dei piani urbani del traffico e precisamente nel paragrafo 3.2  .

Giovanni Paris

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AVVISO ASSISTENZA DIFENSORE PROVA ETILOMETRO ANCHE IN CASO DI RIFIUTO

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In applicazione del più recente orientamento della Corte di Cassazione l’avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore, ex art. 114 disp. att. c.p.p, deve essere rivolto al conducente del veicolo nel momento in cui viene avviata la procedura di accertamento strumentale dell’alcolemia con la richiesta di sottoporsi al relativo test, anche nel caso in cui l’interessato si rifiuti di sottoporsi all’accertamento,

E’ quanto affermato nella sentenza della Corte di Cassazione del 09/02/18 n° 6526 (clicca e leggi) nella quale si afferma che “…il sistema delle garanzie, delineato dal combinato disposto degli artt. 114 disp. att. cod. proc. pen. e 354 cod. proc. pen., scatta nel momento in cui la polizia giudiziaria procede all’accertamento, per via strumentale – che ha natura indifferibile ed urgente – del tasso alcolemico, invitando il conducente a sottoporsi alle due prove spirometriche, secondo le modalità indicate dall’art. 379, reg. es . cod. strada. Tale sistema introduce, in sostanza, una verifica tecnica che prende avvio con la richiesta di sottoporsi al test strumentale e, in tale scansione, l’avvertimento del diritto all’assistenza del difensore costituisce presupposto necessario della relativa procedura, indipendentemente dall’esito della stessa e dalle modalità con le quali il test venga concretamente effettuato. …”.

Giovanni Paris

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PROPAGANDA ELETTORALE MEDIANTE VEICOLI PUBBLICITARI (VELE).

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E’ possibile svolgere attività di propaganda elettorale mediante veicoli pubblicitari, meglio conosciuti come “vele”? E ciò anche durante il periodo previsto per legge nel quale si applica la specifica disciplina che regola in via generale lo svolgimento delle attività di propaganda elettorale?

La disciplina normativa di riferimento è contenuta nella L. 04/04/56 n° 212 “Norme per la disciplina della propaganda elettorale.”, la quale non disciplina il caso in trattazione, ma prevede in via generale all’art. 1, comma 1, quanto segue:

“L’affissione di stampati, giornali murali od altri e di manifesti di propaganda, da parte di partiti o gruppi politici che partecipano alla competizione elettorale con liste di candidati o, nel caso di elezioni a sistema uninominale, da parte dei singoli candidati o dei partiti o dei gruppi politici cui essi appartengono, è effettuata esclusivamente negli appositi spazi a ciò destinati in ogni Comune.”

e, all’art. 6, comma 1, che:

“Dal trentesimo giorno precedente la data fissata per le elezioni è vietata ogni forma di propaganda elettorale luminosa o figurativa, a carattere fisso in luogo pubblico, escluse le insegne indicanti le sedi dei partiti. È vietato, altresì, il lancio o il getto di volantini in luogo pubblico o aperto al pubblico e ogni forma di propaganda luminosa mobile.”.

In materia fondamentale è la Circolare del Ministero dell’Interno del 08/04/80 n° 1943/V (clicca e leggi) che costituisce strumento interpretativo ed operativo per gli organi di vigilanza, la quale al par. 6 prevede che “… dal momento della assegnazione degli appositi spazi per la propaganda elettorale a coloro che ne hanno titolo e fino alla chiusura delle votazioni:

  1. a) è vietata la affissione di qualsiasi materiale di propaganda elettorale negli spazi destinati dai comuni alle normali affissioni, previo pagamento dei diritti previsti al capo III del D.Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 639;
  2. b) è vietata la esposizione di materiale di propaganda elettorale negli spazi di pertinenza degli interessati, di cui all’articolo 28 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 639. Trattasi dei giornali murali, bacheche o vetrinette appartenenti a partiti o gruppi politici, associazioni sindacali o giovanili, editori di giornali o periodici, posti in luogo pubblico o esposto al pubblico.

In eccezione al predetto divieto, l’articolo 1 della legge n. 130 consente che nelle predette bacheche o vetrinette sia effettuata la affissione di quotidiani e periodici. La eccezione vale

anche per i giorni della votazione (articolo 8 della legge n. 130)

omissis

  1. c) è vietata l’affissione o l’esposizione di stampati murali od altri e di manifesti inerenti, direttamente o indirettamente, alla propaganda elettorale in qualsiasi altro luogo pubblico o esposto al pubblico, nelle vetrine dei negozi, nelle porte, sui portoni, sulle saracinesche, sui chioschi, sui capanni, sulle palizzate, sugli infissi delle finestre o dei balconi, sugli alberi o sui pali, ovvero su palloni o aerostati ancorati al suolo.”.

Per ciò che ci occupa il par. 22 della circolare prevede:

“L’articolo 6 della legge 212, nella nuova formulazione della legge n. 130, vieta ogni forma di propaganda luminosa mobile. La norma è intesa a proibire la propaganda elettorale eseguita su mezzi mobili con apparecchiature luminose.

Al contrario, deve ritenersi ammessa ogni forma di propaganda figurativa non luminosa eseguita con mezzi mobili.

E’ appena il caso di aggiungere che i veicoli che rechino tali mezzi di propaganda devono avere i requisiti richiesti dalle norme sulla circolazione stradale; deve poi ritenersi che, dentro i limiti delle predette norme, la sosta dei veicoli stessi deve essere ammessa.”

Pertanto la propaganda elettorale effettuata tramite un veicolo in movimento e a carattere figurativo non rientra nei divieti sopra indicati, in quanto essa da una parte non costituisce affissione e dall’altra non è né propaganda elettorale luminosa o figurativa a carattere fisso, né propaganda luminosa mobile.

La legitimità di tale forma di forma di propaganda elettorale risiede però nel fatto che il veicolo sia in movimento, in caso contrario si configura la realizzazione di una forma di propaganda elettorale figurativa a carattere fisso.

Nel tempo sono stati individuati una serie di criteri, trasfusi nelle circolari delle Prefetture emanate in occasione delle consultazioni elettorali, quali la possibilità di realizzare soste di breve durata (es. soste tecniche) o l’obbligo di rimessaggio in luoghi che non consentano la visibilità dall’esterno, al fine di giudicare la trasformazione della propaganda elettorale da mobile a fissa e quindi in violazione dell’art. 6 della L. 212/56.

In merito però ai tempi di sosta di breve durata è sentita la necessità di stabilire un preciso periodo temporale massimo di sosta a cui l’organo di vigilanza possa far riferimento, evitando in tal modo valutazioni ampiamente discrezionali e il sorgere di probabili contenziosi.

Ovviamente non vi è un dato normativo a cui far riferimento, si potrebbe utilizzare il termine di 48 ore indicato nei due pareri del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti del 18/02/08 n° 16076 e del 29/07/08 n° 62926, criterio ampiamente accolto dalla giurisprudenza, al fine di qualificare quando una attività pubblicitaria svolta attraverso un mezzo mobile si trasforma in un impianto pubblicitario fisso e quindi necessitante di specifica autorizzazione ex art. 23 Codice della Strada.

Si osserva che tale riferimento temporale è valido però solo fino al momento in cui la propaganda elettorale mediante veicolo può essere ritenuta come una qualsiasi attività pubblicitaria, perchè dal momento in cui scatta la vigenza della normativa specifica di settore sopra citata, allora la disciplina generale del Codice della Strada non può più essere applicata.

Quanto sopra trova riscontro nelle circolari/accordi con le formazioni politiche delle Prefetture emanate in occasione delle consultazioni elettorali, per alcune delle quali poi si prevedono esplicitamente tempi di sosta massimi, seppur diversificati, diversi dal termine delle 48 ore (si va da 15 minuti ad 1 ora, vedi stralcio Prefettura di Agrigento, Brescia, Fermo, Macerata, Massa-Carrara, Napoli, Pistoia – clicca e leggi), dalla loro lettura si rileva la esclusione della applicazione analogica dei suddetti pareri del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti alle “vele” di propaganda elettorale.

Giovanni Paris

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MANCATA, ERRONEA O PARZIALE INDICAZIONE DELLA NORMA VIOLATA NEL VERBALE DI ACCERTAMENTO

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La mancata o la erronea o la incompleta indicazione della norma violata nel verbale di accertamento di infrazione determina una causa di illegittimità dello stesso e per tale motivo può essere annullato?

Per ciò che riguarda le violazioni al Codice della strada l’ art. 383 del Reg. Esec. C.d.S. “Contestazione – Verbale di accertamento”  prevede che:

“1.  Il verbale deve contenere l’indicazione del giorno, dell’ora e della località nei quali la violazione è avvenuta, delle generalità e della residenza del trasgressore e, ove del caso, l’indicazione del proprietario del veicolo, o del soggetto solidale, degli estremi della patente di guida, del tipo del veicolo e della targa di riconoscimento, la sommaria esposizione del fatto, nonché la citazione della norma violata e le eventuali dichiarazioni delle quali il trasgressore chiede l’inserzione. Omissis “

Il verbale può essere afflitto da vizi formali, ma non tutti i vizi formali ne determinano la annullabilità.

Possiamo dire che tale effetto si ha ogni qual volta l’errore determina una compromissione del diritto di difesa del trasgressore/sanzionato.

Ebbene, per quanto ci occupa, la recente ordinanza della Corte di Cassazione, VI, 25/01/18 n° 1930 (clicca e leggi) ha affermato che “…l’indicazione nel verbale di contestazione dell’articolo…senza specificazione del testo normativo di appartenenza (d.lgs. n. 285 del 1992) non era lesiva del diritto di difesa dell’opponente, in quanto si desumeva agevolmente dalla intitolazione del verbale stesso, recante “violazione delle norme del codice della strada”, e dalla descrizione del fatto…”, rigettando così il ricorso il quale censurava addirittura non che mancasse la indicazione dell’articolo della norma violata (che era stato invece correttamente indicato), ma il fatto che mancasse la specificazione che fosse un articolo del Codice della Strada (!!).

Sulla medesima questione diversi sono stati i pronunciamenti in tal senso della suprema corte, vedi:

  • Cass., I, 24/07/03 n° 11475
  • Cass. I, 08/08/03 n° 11968
  • Cass., II, 23/01/07 n° 1414
  • Cass., II, 14/04/09 n° 8885
  • Cass., I, 18/05/09 n° 11421
  • Cass., II, 15/09/09 n° 19906

Concludendo, nel caso di mancata, erronea o parziale indicazione nel verbale di accertamento di infrazione della norma violata dal trasgressore, il diritto di difesa di costui non viene in concreto menomato dalla conseguente mancata o parziale conoscenza della norma che sanziona il comportamento illecito, purchè nel verbale sia indicata con precisione la condotta materiale che integra la violazione e il fatto sia compiutamente descritto.

Giovanni Paris

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LOCAZIONE VEICOLI E RESPONSABILITA’ SOLIDALE

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Nel caso di locazione di un veicolo senza conducente il proprietario è responsabile in solido con l’autore della violazione a una norma del Codice della Strada per il pagamento della sanzione pecuniaria?

Lart. 196 “Principio di solidarietà” del Codice della Strada prevede al comma 1 che Per le violazioni punibili con la sanzione amministrativa pecuniaria il proprietario del veicolo ovvero del rimorchio, nel caso di complesso di veicoli, o, in sua vece, l’usufruttuario, l’acquirente con patto di riservato dominio o l’utilizzatore a titolo di locazione finanziaria, è obbligato in solido con l’autore della violazione al pagamento della somma da questi dovuta, se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà. Nelle ipotesi di cui all’art. 84 (locazione senza conducente) risponde solidalmente il locatario e, per i ciclomotori, l’intestatario del contrassegno di identificazione.”

La Circolare del Ministero dell’Interno n. 300A/48507/113/2 del 15/01/94 a proposito afferma che “…l’art. 196 del Codice della Strada, nel disciplinare il principio di solidarietà, indica il locatario come responsabile in solido, con l’autore della violazione, nella ipotesi di infrazioni commesse con veicoli adibiti a locazione senza conducente (art. 84), escludendo da ogni responsabilità le imprese locatrici. …”.

Tutto chiaro, quindi…forse.

Capita che soluzioni interpretative delle norme date per assodate e modalità operative ormai consolidate da anni vengano poste in dubbio o per contrasti giurisprudenziali o per contrasti tra le interpretazioni assunte dai ministeri competenti da una parte e gli organi giurisdizionali dall’altra.

E’ il caso riguardante la domanda che ci siamo posti sopra, perchè la Corte di Cassazione con ordinanza del 25/01/18 n° 1845 (clicca e leggi) ha affermato che non è corretta l’interpretazione per cui, avendo l’ultima parte della norma di cui all’art. 196 CdS indicato il solo locatario (e non già il proprietario o i soggetti equiparati indicati nella prima parte di detta norma) quale soggetto solidalmente responsabile nel caso di cui all’art. 84 del Codice della Strada (locazione di veicolo senza conducente), si esclude la responsabilità di colui che concede in locazione (breve) il veicolo, cioè il proprietario.

La Corte osserva che “…tale interpretazione non tiene conto della ratio complessiva della norma in questione, che ha voluto prevedere soggetti diversi dal proprietario del veicolo, quali obbligati in via solidale, solo nelle ipotesi specificamente indicate come l’usufruttario, l’acquirente con patto di riservato dominio o l’utilizzatore a titolo di locazione finanziaria. La norma non prevede il semplice locatore del veicolo, e ciò per l’evidente ragione… dell’agevole identificabilità, negli altri casi (diversamente dalla locazione semplice), del soggetto solidalmente responsabile. La norma, infatti, intende assicurare, attraverso la titolarità di un diritto adeguatamente e agevolmente accertabile, la possibilità di ottenere il pagamento della sanzione. Nel caso della locazione del veicolo senza conducente, il rapporto di locazione riguarda solo il locatore e il locatario e il nominativo di quest’ultimo è noto al solo locatore (tranne specifici accordi tra le parti) Di qui, la ragione della mancata equiparazione del locatore alle ipotesi su indicate..”.

La conclusione è che “…l’ultima parte dell’art. 196 Codice della Strada deve interpretarsi nel senso che il locatario è un ulteriore soggetto obbligato solidamente, oltre al proprietario (o ai soggetti equiparati) ed al conducente. …” (!!!).

A dire il vero il principio ermeneutico espresso dalla Corte di Cassazione non è nuovo, infatti lo si ritrova in un precedente pronunciamento del 2015 avvenuto con sentenza del 24/09/15 n° 18988 (clicca e leggi).

Giovanni Paris

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LOCAZIONE APPARTAMENTO A PROSTITUTA

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L’art. 3 della L. 20/02/58, n. 75 “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui .” prevede:

“…È punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 258 a euro 10.329 , salvo in ogni caso l’applicazione dell’ art. 240 del codice penale:

OMISSIS

2) chiunque, avendo la proprietà o l’amministrazione di una casa od altro locale, li conceda in locazione a scopo di esercizio di una casa di prostituzione;

3) chiunque, essendo proprietario, gerente o preposto a un albergo, casa mobiliata, pensione, spaccio di bevande, circolo, locale da ballo, o luogo di spettacolo, o loro annessi e dipendenze o qualunque locale aperto al pubblico od utilizzato dal pubblico, vi tollera abitualmente la presenza di una o più persone che, all’interno del locale stesso, si dànno alla prostituzione;

4) chiunque recluti una persona al fine di farle esercitare la prostituzione, o ne agevoli a tal fine la prostituzione;

OMISSIS

8) chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui….”

Costituisce favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione la locazione di un appartamento realizzata a favore di una prostituta?

La Corte di Cassazione con sentenza del 16/01/17 n° 1773 (clicca e leggi), confermando precedenti pronunciamenti, afferma che …la cessione in locazione, a prezzo di mercato, di un appartamento ad una prostituta, anche se il locatore sia consapevole che la locataria vi esercitera’ la prostituzione in via del tutto autonoma e per proprio conto, non integra il reato di favoreggiamento della prostituzione, atteso che la stipulazione del contratto non rappresenta un effettivo ausilio per il meretricio;…ricorre il reato se, oltre al godimento dell’immobile, vengono fornite prestazioni accessorie che esulino dalla stipulazione del contratto ed in concreto agevolino il meretricio (come nel caso di esecuzione di inserzioni pubblicitarie, fornitura di profilattici, ricezione di clienti o altro)..“.

Per precedenti sentenze in tal senso vedi:

  • Cassazione, III, 23/02/12 n° 7076
  • Cassazione, III, 04/07/13 n° 28754
  • Cassazione, III, 31/07/13 n° 33160
  • Cassazione, III, 28/09/15 n° 39181
  • Cassazione, III, 02/12/15 n° 47594

Giovanni Paris

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GESTIONE VEICOLI SEQUESTRATI E CONFISCATI

Spending review: rottamazione straordinaria delle auto confiscate

Il Ministero dell’Interno – Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali – Direzione Centrale per gli Uffici Territoriali del Governo e per le Autonomie Locali ha diramato con nota prot. 1108 del 22/01/18 (clicca e leggi) una circolare avente ad oggetto “Modalità di gestione dei veicoli sottoposti a sequestro, fermo e confisca amministrativa per violazioni al codice della strada, affidati al proprietario alla scadenza del contratto con il custode-acquirente di cui all’art. 214-bis del codice della strada.”.

Giovanni Paris

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CIRCOLAZIONE CON PATTINI

Pattinaggio su strada, da moda a sport

L’art. 190 del Codice della Strada “Comportamento dei pedoni” prevede al comma 8 che “La circolazione mediante tavole, pattini od altri acceleratori di andatura è vietata sulla carreggiata delle strade.” e al comma 9 che “Sugli spazi riservati ai pedoni è vietato usare tavole, pattini od altri acceleratori di andatura che possano creare situazioni di pericolo per gli altri utenti.” .

E’ legittima la circolazione mediante pattini in un’area di parcheggio?

La risposta ci viene data dalla sentenza della Corte di Cassazione del 19/01/18 n° 2342 (clicca e leggi), con la quale è stata annullata una sentenza di un Giuduce di Pace, avente ad oggetto il caso di persona investita mentre pattinava in un parcheggio,  laddove si escludeva che il divieto previsto dall’art. 190 del Codice della Strada riguardasse anche un’area di parcheggio, in quanto la disposizione suddetta fa divieto di pattinaggio solo sulla carreggiata delle strade che, a mente dell’art. 3 c. 1 n. 7), è la parte di strada destinata allo scorrimento dei veicoli e come tale distinta dall’area di parcheggio, ove non è previsto alcun specifico divieto di pattinaggio dal Cds. .

Contrariamente a tale assunto la Suprema Corte afferma che “in ragione della funzione cui l’area di parcheggio assolve, il divieto di pattinaggio deve ritenersi esteso a tale sito. Una diversa soluzione sarebbe irragionevolmente diversificata in presenza di situazioni di rischio omogenee; e determinerebbe l’assenza di normazione cautelare in un contesto che, come è agevole intendere alla luce della comune esperienza, mostra l’elevata possibilità di situazioni pericolose connesse anche alla velocità e difficile manovrabilità degli apparati di cui si parla.”, essendo esso un “…sito nel quale si riscontra il fisiologico transito sia di veicoli che di pedoni; e particolarmente delle persone che discendono dai veicoli o che vi si dirigono, nonché di veicoli che eseguono spesso complicate manovre. Dunque, si verificano le medesime situazioni di rischio che giustificano il divieto di transito di “acceleratori di velocità” nelle carreggiate e nei siti destinati ai pedoni.”.

Si tenga altresì presente quanto previsto dall’art. 140 del Codice della Strada  “Principio informatore della circolazione” in forza del quale Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale.”.

Giovanni Paris

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FOGLIO DI VIA A PROSTITUTA

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IN UN ARTICOLO DEL 17/07/14 LA PROSTITUTA CHE ESERCITA IN STRADA E’ PERSONA PERICOLOSA? PER LA CASSAZIONE NO. (clicca e legggi) SI SEGNALO’ CHE LA CORTE DI CASSAZIONE CON LA SENTENZA N° 28226 DEL 01/07/14 AVEVA ANNULLATO LA CONDANNA PENALE INFLITTA A UNA PROSTITUTA PER VIOLAZIONE AL “FOGLIO DI VIA OBBLIGATORIO”. PER LA SUPREMA CORTE NON ERA POSSIBILE INCLUDERE TALE SOGGETTO NELLA CATEGORIA DELLE PERSONE PERICOLOSE PER L’ORDINE PUBBLICO SOLO PERCHÉ TROVATA A PROSTITUIRSI IN STRADA.

SI SEGNALA ORA LA SENTENZA DEL TAR CAMPANIA 17-01-18 N° 82 (clicca e leggi) CON LA QUALE E’ STATO RITENUTO LEGITTIMO IL PROVVEDIMENTO DI DIVIETO DI RITORNO IN UN COMUNE IN QUANTO IL PROVVEDIMENTO IMPUGNATO RIENTRA TRA LE MISURE DI CARATTERE DISCREZIONALE, CHE NON RICHIEDONO LA COMMISSIONE DI VERI E PROPRI REATI MA CHE SI GIUSTIFICANO CON RIGUARDO ALLA COMPLESSIVA CONDOTTA E STILE DI VITA DEL SOGGETTO CHE NE È DESTINATARIO E CHE RIVELINO, OGGETTIVAMENTE, UNA APPREZZABILE PROBABILITÀ DI COMMISSIONE DI CONDOTTE PENALMENTE RILEVANTI .”.

Giovanni Paris

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IMPIANTI DI VIDEOSORVEGLIANZA PRIVATI/DOMESTICI.

Quali sono i limiti e le condizioni per la installazione di un sistema di videosorveglianza ad uso domestico da parte di privati?

Il Provvedimento del Garante Privacy del 08/04/10 in materia di videosorveglianza prevede a proposito quanto segue:

“6.1. Trattamento di dati personali per fini esclusivamente personali

L’installazione di sistemi di videosorveglianza -come si rileva dall’esame di numerose istanze pervenute all’Autorità- viene sovente effettuata da persone fisiche per fini esclusivamente personali. In tal caso va chiarito che la disciplina del Codice non trova applicazione qualora i dati non siano comunicati sistematicamente a terzi ovvero diffusi, risultando comunque necessaria l’adozione di cautele a tutela dei terzi (art. 5, comma 3, del Codice, che fa salve le disposizioni in tema di responsabilità civile e di sicurezza dei dati). In tali ipotesi possono rientrare, a titolo esemplificativo, strumenti di videosorveglianza idonei ad identificare coloro che si accingono ad entrare in luoghi privati (videocitofoni ovvero altre apparecchiature che rilevano immagini o suoni, anche tramite registrazione), oltre a sistemi di ripresa installati nei pressi di immobili privati ed all’interno di condomini e loro pertinenze (quali posti auto e box).

Benché non trovi applicazione la disciplina del Codice, al fine di evitare di incorrere nel reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis c.p.), l’angolo visuale delle riprese deve essere comunque limitato ai soli spazi di propria esclusiva pertinenza (ad esempio antistanti l’accesso alla propria abitazione) escludendo ogni forma di ripresa, anche senza registrazione di immagini, relativa ad aree comuni (cortili, pianerottoli, scale, garage comuni) ovvero ad ambiti antistanti l’abitazione di altri condomini.”.

L’art. 615-bis c.p. sopra richiamato recita:

“615-bis. Interferenze illecite nella vita privata.

Chiunque mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo.

I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d’ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.”.

Da quanto sopra sicuramente la installazione di un sistema di videosorveglianza ad uso domestico da parte di privati non comporta l’obbligo di dotarsi di nessun tipo di autorizzazione rilasciata dal Garante o dal comune o da qualsiasi altra autorità o organo pubblico, né deve essere presentata una comunicazione alle Forze di Polizia.

Si segnala, a riguardo, il parere del Garante Privacy DREP/AC/113990 del 07/03/17 (clicca e leggi) con il quale si afferma che la installazione di un impianto domestico di videosorveglianza da parte di un privato non è sottoposto al rispetto delle norme previste dal Codice in materia di protezione dei dati personali, evitando però la ripresa di aree soggette a pubblico passaggio, altrimenti sono operativi gli obblighi e le limitazioni previsti dalla normativa, comprensivi del limite temporale massimo di conservazione delle immagini e dell’obbligo di utilizzo dei cartelli di informativa, coerentemente anche a quanto previsto nella sentenza della Corte di Giustizia Europea, quarta sezione, C-2121 del 111214 (clicca e leggi).

MATERIALE PER LA PREPARAZIONE A CONCORSI

Estar Toscana- Concorso pubblico unificato, per titoli ed esami, per la copertura di due posti a tempo indeterminato nel profilo di collaboratore tecnico professionale geologo (categoria D)

Segnalo dal sito http://www.concorsando.it/blog/ la possibilità di scaricare gratuitamente due manuali, di diritto penale e di diritto amministrativo, utili per la preparazione ai concorsi pubblici.

http://www.concorsando.it/blog/wp-content/uploads/Manuale-di-diritto-penale-per-concorsi-pubblici.pdf

http://www.concorsando.it/blog/wp-content/uploads/Manuale-di-diritto-amministrativo-per-concorsi-pubblici.pdf

Giovanni Paris

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LE “HANDBIKE” SONO VELOCIPEDI?

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La Federazione Ciclistica Italiana ha rappresentato che alcuni organi di polizia hanno contestato ad alcuni loro atleti il divieto di utilizzo sulle strade della cosiddetta “Handbike“, una bicicletta a due o tre ruote, destinata ad atleti con ridotta o nulla possibilità di deambulazione, che è mossa a propulsione muscolare attraverso una pedaliera azionata con le braccia.

Queste particolari biciclette possono rientare nella categoria dei velocipedi previsti dall’art. 50 del Codice della Strada?

La risposta positiva è stata fornita dal Ministero dell’Interno con la nota n. 300/ A/9648/17/104/1 del 27 dicembre 2017 (clicca e leggi),

Giovanni Paris

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INTERVALLO TEMPORALE MISURAZIONI PER RILEVAMENTO TASSO ALCOOLEMICO

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Art. 379  Reg. Esec. Cod. Str. – Guida sotto l’influenza dell’alcool

  1. L’accertamento dello stato di ebbrezza ai sensi dell’art. 186, comma 4, del codice, si effettua mediante l’analisi dell’aria alveolare espirata: qualora, in base al valore della concentrazione di alcool nell’aria alveolare espirata, la concentrazione alcoolemica corrisponda o superi 0,8 (LEGGI ORA 0,5) grammi per litro (g/l), il soggetto viene ritenuto in stato di ebbrezza.
  2. La concentrazione di cui al comma 1 dovrà risultare da almeno due determinazioni concordanti effettuate ad un intervallo di tempo di 5 minuti.

OMISSIS

Il combinato disposto dei commi 1 e 2 dell’art. 379 Reg. Esec. C.d.S., sopra riportato, prevede che il soggetto viene considerato in stato di ebbrezza quando vi sono due determinazioni concordanti da effettuarsi ad un intervallo di tempo di 5 minuti, ma la norma non prevede come calcolare questa tempistica, non individua il momento dal quale far decorrere il lasso temporale dei 5 minuti.

Della questione si è occupata la Corte di Cassazione che con sentenza n° 18791 del 18/04/17 (per leggerla clicca QUI), rifacendosi e confermando un precedente pronunciamento avvenuto con sentenza n° 50607 del 05/04/13 (per leggerla clicca QUI) ha affermato che “del tutto logica la argomentazione utilizzata dalla Corte territoriale secondo la quale l’intervallo di tempo di almeno 5 minuti tra le due misurazioni può ritenersi rispettato atteso che la prima è iniziata alle 12:54 terminando alle 12:56 la seconda è iniziata alle 13:00 terminata alle 13:01. A ben vedere, infatti, l’art. 186 C.d.S., comma 2, non prescrive che la decorrenza dell’intervallo “de quo” debba conteggiarsi dal termine della prima misurazione invece che dal suo inizio e, nel silenzio della legge, è logico ritenere – per ovvie ragioni di coerenza – che suddetto intervallo debba calcolarsi considerando il momento di inizio della prima misurazione e della seconda ovvero il termine di dette misurazioni”.

Giovanni Paris

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AMBITO APPLICAZIONE ART. 672 C.P. “OMESSA CUSTODIA E MAL GOVERNO DI ANIMALI”

Il Codice Penale, tra le contravvenzioni concernenti l’incolumità pubblica, e precisamente quelle concernenti l’incolumità delle persone nei luoghi di pubblico transito o nelle abitazioni, prevede quella descritta dall’art 672, rubricato “Omessa custodia e mal governo di animali”, il quale così recita:

“Chiunque lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi da lui posseduti, o ne affida la custodia a persona inesperta, è punito con la sanzione amministrativa da euro 25 a euro 258.

Alla stessa sanzione soggiace:

  1. chi, in luoghi aperti, abbandona a se stessi animali da tiro, da soma o da corsa, o li lascia comunque senza custodia, anche se non siano disciolti, o li attacca o conduce in modo da esporre a pericolo l’incolumità pubblica, ovvero li affida a persona inesperta;
  2. chi aizza o spaventa animali, in modo da mettere in pericolo l’incolumità delle persone.”

La contravvenzione prevista in questo articolo non costituisce più reato ed è soggetta ad una sanzione pecuniaria amministrativa, ai sensi dell’art. 33 della L. 24 novembre 1981, n. 689.

Questa disposizione trova sovente applicazione, anche se di certo non esaurisce il suo ambito di applicazione, nei confronti di colui che non custodisce con le debite cautele il proprio cane o comunque il cane di cui abbia il possesso.

Sorge la domanda se il cane, per il quale si contesta la mancata custodia, deve essere pericoloso in sè, in altre parole se la violazione può essere commessa solo in relazione ad un cane che abbia in sé determinate caratteristiche di pericolosità oppure si può configurare l’illecito in relazione a qualsiasi cane, anche “domestico”.

Sulla questione registriamo il pronunciamento della Corte di Cassazione, Sez. IV, 05/04/17 n° 17169, la quale afferma il più ampio ambito di applicazione dell’art. 672 c.p. e con riguardo a qualsiasi tipo di cane, anche domestico, affermando che “…la pericolosità degli animali non può essere ritenuta solo in relazione agli animali feroci, ma può sussistere anche per gli animali domestici che, in date circostanze, possono divenire pericolosi, ivi compreso il cane, animale normalmente mansueto, la cui pericolosità deve essere accertata in concreto, considerando la razza di appartenenza ed ogni altro elemento rilevante. Ne consegue che al proprietario del cane fa capo una posizione di garanzia per la quale egli è tenuto a controllare e custodire l’animale, adottando ogni cautela per evitare e prevenire possibili aggressioni a terzi, anche all’interno dell’abitazione (Sez. 4, sent. n. 6393 del 10 gennaio 2012, Rv. 251951; Sez. 4, sent. n. 18814 del 16 dicembre 2011, Rv. 253594).”.

Nel caso specifico il supremo consesso osserva che “…il cane non era stato adeguatamente custodito, perchè tenuto con un guinzaglio lungo che gli consentiva ampia libertà di movimento all’interno del negozio e privo di museruola, tanto che con un piccolo salto da terra aveva provocato alla S. le lesioni di cui si è detto. Del tutto irrilevante dunque il fatto che il cane fosse di piccola taglia ed avesse incontrato altre volte la commessa, in quanto la padrona avrebbe comunque dovuto adottare tutti gli accorgimenti idonei ad evitare, in un luogo frequentato come un grande magazzino, anche comportamenti imprevedibili dell’animale, dovuti ad un mero gesto o atteggiamento di una persona risultato sgradito o comunque negativamente percepito dall’animale.”

Giovanni Paris

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APPARECCHIATURE CONTASECONDI AL SEMAFORO

L. 29/07/2010, n. 120 Disposizioni in materia di sicurezza stradale. Pubblicata nella Gazz. Uff. 29 luglio 2010, n. 175, S.O. CAPO IV DISPOSIZIONI IN MATERIA DI CORRETTO ACCERTAMENTO DELLE VIOLAZIONI

Art. 60. (Caratteristiche degli impianti semaforici e di altri dispositivi)

In vigore dal 13 agosto 2010

1. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, da emanare, sentita la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le caratteristiche per l’omologazione e per l’installazione di dispositivi finalizzati a visualizzare il tempo residuo di accensione delle luci dei nuovi impianti semaforici, di impianti impiegati per regolare la velocità e di impianti attivati dal rilevamento della velocità dei veicoli in arrivo.

Le apparecchiature che visualizzano il tempo residuo di accensione delle luci semaforiche prima che lanterna semaforica passi da un colore all’altro (quindi non solo dal giallo al rosso, ma anche dal rosso al verde) sono utili? Forse sì, forse no: forse sì per colui che responsabilmente vedendo l’approssimarsi del passaggio dalla luce gialla alla rossa si ferma per tempo, forse no per chi vedendo l’approssimarsi della luce rossa da gas al veicolo per tentare il transito prima del rosso, senza pensare all’ipotesi, non remota, che l’utente preso dal guardare l’apparecchiatura contasecondi presti minore attenzione alla guida del veicolo e a ciò che gli succede intorno, con possibilità che avvengano sinistri stradali.

Ecco perchè la questione non può essere risolta in maniera “istinitiva” e non ponderata ed ecco perchè la normativa prevede che tali apparecchiature devono essere omologate e gli enti non possono decidere di installarle se non sono omologate.

Questo sembra molto chiaro ed è stato ribadito, se ancora ce ne fosse stato bisogno,  in un parere del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti n° 3805 del 28/07/15 (clicca QUI per scaricarlo e leggerlo) nel quale chiaramente risponde che le apparecchiature devono essere omologate e fintanto che non vengono rilasciate le omologazioni queste non possono essere installate.

Giovanni Paris

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OMICIDIO STRADALE – LE CIRCOLARI DELLE PROCURE E MATERIALE DI STUDIO

omicidio-stradale

La legge 23 marzo 2016 n°41 entrata in vigore il 25 marzo 2016 introduce la nuova disciplina dell’omicidio stradale e delle lesioni stradali innovando in modo significativo alcune disposizioni sia di carattere sostanziale che di carattere processuale. L’intervento del legislatore si ispira alla evidente finalità di perseguire un trattamento complessivo più rigoroso delle ipotesi di condotte colpose derivanti dalla circolazione stradale.

Diverse Procure hanno emanato linee operative/guida sull’applicazione della L. 41/16 che ha posto diverse problematiche.

PROCURA AOSTA     PROCURA BERGAMO     PROCURA BRESCIA

PROCURA FIRENZE     PROCURA GENOVA     PROCURA GROSSETO

PROCURA MACERATA     PROCURA SANTA MARIA CAPUA VETERE     PROCURA SIENA

PROCURA SONDRIO     PROCURA TRENTO     PROCURA UDINE 1

PROCURA UDINE 2     VELLETRI

MATERIALE DI STUDIO

Circolare Ministero Interni 300-a-2251-16-124-68 del 25 marzo 2016

CIRCOLARE P.M. TORINO 1         CIRCOLARE PM. TORINO 2

PROTOCOLLO INTESA PROCURA LECCE  BRUNO MALUSARDI P.M. MILANO

CATALDO LO IACONO REGIONE TOSCANA   DOMENICO NOTARO LEGISL. PEN.

ALESSANDRO ROIATI DIR. PEN. CONTEMP.   ETTORE SQUILLACI DIR. PEN. CONTEMP.

ANTONELLA MASSARO DIR. PEN. CONTEMP.   GIUSEPPE LOSAPPIO DIR. PEN. CONTEMP.

Giovanni Paris

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SANZIONI PER TICKET SCADUTO NEI PARCHEGGI A PAGAMENTO

GRATTINO

Costituisce violazione delle prescrizioni della sosta regolamentata, ai sensi dell’art. 7/15 del C.d.S., il caso di protrazione della sosta oltre l’orario per il quale è stata corrisposta la tariffa.  La sosta protratta oltre l’orario indicato nel ticket costituisce illecito amministrativo e non inadempimento contrattuale, analogamente a quanto avviene nel caso di sosta effettuata senza l’acquisto del ticket. Di conseguenza anche la mancata contestazione della stessa da parte del soggetto affidatario del servizio, configura una ipotesi di danno erariale per il Comune.

Questo è quanto statuito dalla Corte di Cassazione con sentenza del 03/08/16 n° 16258 (leggi e scarica).

Giovanni Paris

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OBBLIGO ESIBIZIONE CERTIFICATO DI ASSICURAZIONE

Risultati immagini per ESIBIZIONE CERTIFICATO ASSICURAZIONE

Ministero dell’Interno Circolare prot. n. 300/A/5931/16/106/15 del 01/09/16 “Esibizione del certificato di assicurazione ai sensi dell’art. 180, comma 1, lettera d), del Codice della Strada. Provvedimento IVASS n. 41 del 22 dicembre 2015”.

Circolare prot. n. 300/A/5931/16/106/15 del 01/09/16

REGOLAMENTO IVASS N. 34 DEL 19 MARZO 2010

PROVVEDIMENTO  IVASS °_N° 41 DEL 22/12/15

PRODOTTI ALIMENTARI IN CATTIVO STATO DI CONSERVAZIONE

 

Risultati immagini per cattivo stato di conservazione pesce

L’art. 5 lett. b) della L. 283/62 (Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande) prevede quale ipotesi di reato contravvenzionale il fatto di  “…impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari: … b) in cattivo stato di conservazione;”,

Quando si verifica tale situazione? E’ necessario che l’alimento sia effettivamente posto in vendita, venga consumato o è sufficiente la semplice offerta in vendita o la detenzione per la sua vendita”?

Nel solco di un consolidato orientamento giurisprudenziale la Corte di Cassazione con sentenza del 26/10/16 m° 45229 (scarica e leggi) ha statuito che “La detenzione per la vendita o per il consumo di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, punita dall’art. 5, lettera b), della legge 30 aprile 1962, n. 283, è reato di pericolo per la consumazione del quale non è necessario che vi sia un effettivo atto di cessione o che sia effettivamente danneggiata la salute, essendo sufficiente che il prodotto sia nella materiale disponibilità dell’operatore commerciale (grossista o dettagliante) che lo fornirà ai consumatori. Il reato, pertanto, si consuma anche con la semplice detenzione delle sostanze nel frigorifero posto nel luogo di vendita o di somministrazione: indipendentemente dalla possibilità di un eventuale controllo sullo stato di conservazione al momento dell’impiego.”.

Il reato in discussione è reato di pericolo e specificamente di pericolo presunto, ma in cosa si caratterizza tale categoria di reati?

Per rispondere dobbiamo introdurre il concetto di DANNO in ambito penalistico, il danno criminale.

Esso è l’offesa (evento giuridico) al bene giuridico tutelato dalla norma e può assumere due forme:

  • la LESIONE, quando il bene giuridico viene realmente leso (es. omicidio consumato),
  • la MESSA IN PERICOLO, quando il bene tutelato è solo messo in pericolo, minacciato (es. omicidio tentato).

Il PERICOLO consiste nella probabilità che un evento temuto accada ed è un giudizio che si basa sull’esperienza di casi simili.

In relazione all’offesa i reati quindi si distinguono in :

  • reati di DANNO,
  • reati di PERICOLO.

I reati di pericolo a loro volta si distinguono in :

  • reati di PERICOLO CONCRETO, nei quali il giudice deve accertare in concreto la avvenuta messa in pericolo del bene giuridico (es. strage art. 422 c.p.);
  • reati di PERICOLO PRESUNTO, nei quali vi è una presunzione di pericolosità senza la necessità di sua dimostrazione e di accertamento da parte del giudice (es. associazione per delinquere art. 416 c.p.).

SEQUESTRO PROBATORIO E MOTIVAZIONE

Interessante e importante ordinanza del Tribunale di Pescara, 09/09/16 n° 25 (scarica e leggi) emessa in sede di ricorso avverso sequestro probatorio adottato dal P.M. e con la quale è stato annullato il provvedimento; nell’ordinanza si afferma che “…il sequestro probatorio mira ad assicurare al procedimento quelle res necessarie per l’accertamento dei fatti. Ciò posto, anche nel caso in cui il sequestro probatorio abbia ad oggetto res qualificabili come corpo del reato e/o pertinenti al reato, il pubblico ministero è tenuto a specificare le finalità probatorie che intende garantire attraverso il mantenimento del sequestro medesimo. …”

E ancora, che non è sufficiente la adozione di una formula di stile “…ritenuto che occorre procedere al sequestro dei beni sopraindicati, trattandosi di corpo del reato o comunque di cose pertinenti ai reati per i quali si procede e la cui acquisizione è assolutamente necessaria anche per la prosecuzione delle indagini. …”.

Il caso trattato non coinvolge direttamente la Polizia Giudiziaria, ma la questione discussa ed il principio espresso si ritiene abbia rilevanza nello svolgimento della attività di P.G. di iniziativa, quando si procede ad un sequestro probatorio, per il quale, nella redazione del relativo verbale si è soliti in effetti riferirsi solo a formule di stile senza null’altro aggiungere per motivare più efficacemente il provvedimento; è vero che lo stesso dovrà essere inviato al P.M. per l’esame e la convalida, ma si palesa la opportunità (con dimostrazione anche di maggiore professionalità) dell’inserimento di specificazioni motivazionali a fondamento del sequestro.

Giovanni Paris

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INOTTEMPERANZA AD ORDINANZA SINDACALE: VIOLAZIONE ART. 650 C.P.?

La violazione di una ordinanza sindacale viene perseguita penalmente e costituisce reato ex art. 650 c.p.?

Non sempre, l’ipotesi contravvenzionale sopra indicata si configura solo quando si tratti di provvedimento contingibile ed urgente, mentre in caso di inottemperanza di provvedimenti diretti a dare esecuzione a leggi o regolamenti la violazione sarà perseguita quale illecito amministrativo con applicazione delle specifiche sanzioni amministrative previste dalla legge o la applicazione della sanzione amministrativa prevista dall’art. 7-bis D.L.gs 267/00.

Questo il principio espresso e ribadito dalla Corte di Cassazione con sentenza 03/11/16 n° 46212 (scarica e leggi).

Giovanni Paris

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DIVIETO DI SOSTA PER AUTOCARAVAN

 

E’ risaputo che, stante le diverse e molteplici indicazioni impartite dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e dal Ministero degli Interni, non possono essere emesse e ritenute legittime ordinanze di disciplina della circolazione stradale che prevedano la imposizione di un generico divieto di sosta per le autocaravan, determinandosi in tal modo, essendo queste ai sensi dell’art. 185/1 C.d.S. equiparate agli altri veicoli, una ingiustificata disparità di trattamento, a meno che la imposizione sia motivata da particolari esigenze di circolazione connesse alle caratteristiche strutturali della strada,

Si segnala la sentenza della CORTE DI CASSAZIONE, VI,, 14/10/16 N° 20842 (scarica e leggi), con la quale si conferma la validità di un verbale di accertamento di violazione ad un divieto di sosta e con essa dell’ordinanza di previsione del divieto in quanto motivata da particolari esigenze di circolazione connesse alle caratteristiche strutturali della strada, non comportante una ingiustificata disparità di trattamento delle autocaravan con altri veicoli.

Pertanto non tutte le ordinanze che prevedano un divieto in tal senso devono essere necessariamente illegittime.

Giovanni Paris

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